Qui non c’è improvvisazione. Non c’è il caos di un gesto impulsivo. C’è un lavoro. Freddo, calcolato, quasi tecnico. È questo che emerge dalle analisi sul corpo di Pamela Genini e su ciò che resta della sua bara, nel piccolo cimitero di Strozza. E sono proprio i dettagli, quelli minimi, a raccontare la parte più inquietante di tutta la storia.
La firma lasciata nella bara
Gli inquirenti parlano chiaro: chi ha agito ha lasciato tracce. Impronte, peli, residui biologici. E poi quella polvere metallica, compatibile con l’uso di un frullino da carpentiere, trovata all’interno del feretro. Non è un dettaglio qualsiasi. È un segno preciso di come sia stato eseguito il taglio, netto, chirurgico, all’altezza del collo. Una seconda uccisione, dopo quella già commessa anni prima da Gianluca Soncin.
Accanto a questo, emergono altri indizi. Una vite fuori sede, una sigillatura in silicone troppo grossolana rispetto all’originale. Errori. Piccoli, ma decisivi. Perché è proprio da questi che gli investigatori stanno cercando di risalire all’autore o agli autori della profanazione.
Non un gesto d’impulso ma un’operazione pianificata
Il quadro che si sta delineando esclude l’ipotesi di un gesto improvvisato. Il feretro pesa circa centotrenta chili. Aprirlo, lavorarlo, richiuderlo richiede tempo, strumenti e competenze. Gli investigatori stimano almeno tre ore di lavoro. Non un’incursione veloce, ma un’azione studiata, probabilmente preparata in anticipo.
C’è un altro elemento che pesa: la conoscenza dei luoghi. L’ipotesi è che chi ha agito possa aver utilizzato attrezzi presenti nel magazzino del cimitero. Un dettaglio che restringe il campo e suggerisce una familiarità con l’ambiente.
Impronte, sudore e DNA: il cerchio si stringe
Le tracce biologiche sono ora al centro delle analisi. Sudore, peli, impronte isolate sul coperchio e sui lati della bara. Elementi che potrebbero trasformarsi in una firma genetica precisa. Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma le indiscrezioni parlano di materiale utile per arrivare a un’identificazione.
È su questo che stanno lavorando i Carabinieri del RIS, affiancati dalla professoressa Cristina Cattaneo e dal Labanof. Un lavoro tecnico, lento, ma che potrebbe portare a un risultato concreto. Perché, a differenza di altre piste, qui non si tratta di interpretazioni ma di tracce fisiche.
Il nodo del tempo e la verità che si avvicina
Resta però una domanda cruciale: quando è avvenuta la profanazione? Stabilire la data esatta è fondamentale. Se il gesto è stato compiuto subito dopo la sepoltura, il campo si restringe. Se invece è più recente, allora entrano in gioco le telecamere di sorveglianza della zona. Gli esami sui margini delle ossa potrebbero dare una risposta. Ed è proprio da lì che passa la possibilità di ricostruire con precisione movimenti, presenze e responsabilità.
Nel frattempo, fuori dalle analisi, il caso continua a muoversi anche sul piano mediatico, tra attenzione concentrata su figure come il sedicente ex fidanzato Francesco Dolci e le parole della madre di Pamela, che chiede solo una cosa: poter seppellire sua figlia in pace. Ma al centro, adesso, non ci sono le ipotesi. Ci sono le tracce. E quando le tracce iniziano a parlare, di solito è solo questione di tempo.







