Massimo Lovati torna a parlare del delitto di Garlasco e lancia una tesi destinata a far discutere: Alberto Stasi sarebbe innocente come Andrea Sempio. L’ex legale del 38enne oggi indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sostiene che il fidanzato della vittima non avrebbe commesso il delitto, ma avrebbe mentito su un punto decisivo della sua versione dei fatti. Una bugia, secondo Lovati, che i giudici avrebbero trasformato nel cuore della condanna.
Il ragionamento parte dalla celebre questione delle scarpe pulite. Per Lovati, Stasi non poteva aver davvero scoperto il cadavere di Chiara Poggi entrando nella villetta di via Pascoli, perché le sue calzature non presentavano tracce compatibili con quel racconto. Da qui la conclusione: se le scarpe erano pulite, allora Stasi non sarebbe mai entrato nella casa nel modo in cui ha raccontato. Ma, secondo l’avvocato, da questa menzogna non si poteva dedurre automaticamente la responsabilità nell’omicidio.
Le parole choc di Lovati
Nell’intervista a Open, Lovati afferma di credere “all’innocenza di Stasi” esattamente come crede “all’innocenza di Sempio”. Il punto, per lui, riguarda il salto logico compiuto nel processo: Stasi avrebbe mentito, ma quella bugia non dimostrerebbe che sia stato lui a uccidere Chiara.
“Bisognava chiedersi come mai ha detto una bugia, non fare un’equivalenza tra bugia e responsabilità”, sostiene il legale. Secondo questa lettura, la Corte avrebbe considerato la falsità della ricostruzione di Stasi come prova indiretta della sua colpevolezza, senza indagare a fondo sul motivo per cui l’allora fidanzato di Chiara avrebbe mentito.
La tesi della copertura
A questo punto Lovati spinge la sua ricostruzione oltre il perimetro già conosciuto del processo. Secondo l’avvocato, Stasi avrebbe coperto qualcun altro. Alla domanda su chi avrebbe protetto, Lovati torna a evocare una presunta “organizzazione criminale internazionale”, una tesi che non ha trovato riscontri negli atti giudiziari prodotti in quasi vent’anni di indagini e processi.
Nelle carte delle Procure, infatti, non compare una struttura criminale internazionale legata all’omicidio di Chiara Poggi e gli unici nomi finiti formalmente nel perimetro investigativo restano Alberto Stasi, condannato in via definitiva, e Andrea Sempio, oggi indagato nella nuova inchiesta pavese.
Il processo per diffamazione contro Lovati
Le parole dell’ex legale di Sempio arrivano mentre lo stesso Lovati deve affrontare un altro fronte giudiziario. Il 14 settembre inizierà a Milano il processo per diffamazione nei suoi confronti, dopo le accuse rivolte allo studio Giarda, difensori di Alberto Stasi.
Il caso nasce dalle dichiarazioni rilasciate da Lovati il 13 marzo 2025, quando, da avvocato di Sempio, parlò di una “macchinazione orchestrata” dalla difesa di Stasi e di una presunta “manipolazione” collegata al prelievo del Dna del nuovo indagato. Gli avvocati Fabio ed Enrico Giarda hanno chiesto un risarcimento complessivo di 116 mila euro per danni morali e d’immagine.
Cosa sostiene Lovati
Lovati oggi sostiene di non aver voluto diffamare i legali di Stasi e spiega di aver usato l’espressione “macchinazione” in un momento di foga. A suo avviso, il decreto di archiviazione del 2017 confermerebbe almeno in parte il senso delle sue parole, quando parlava di un tentativo di riaprire le indagini contro Sempio.
La difesa dell’avvocato aveva chiesto di sospendere il procedimento milanese in attesa degli sviluppi dell’inchiesta pavese su Sempio, ma la giudice ha respinto la richiesta, ritenendo non utile attendere l’esito di un fascicolo ancora in fase d’indagine.
Il caso Garlasco si allarga ancora
La nuova uscita di Lovati aggiunge un altro livello al caos del caso Garlasco. Da una parte c’è la verità giudiziaria definitiva che indica Alberto Stasi come l’assassino di Chiara Poggi. Dall’altra c’è la nuova inchiesta su Andrea Sempio, che prova a riscrivere la scena del delitto. In mezzo, ora, si inserisce anche la tesi dell’ex legale di Sempio: entrambi innocenti, uno dei due condannato per una bugia e una presunta rete criminale mai entrata davvero negli atti.
È una ricostruzione forte, controversa e tutta da dimostrare. Ma dentro un caso che da quasi vent’anni non smette di generare piste, sospetti, perizie e guerre giudiziarie parallele, anche questa nuova teoria finisce per alimentare l’ennesimo capitolo del mistero italiano più discusso.







