Una madre che chiede di poter vedere per l’ultima volta sua figlia appena morta. Pochi istanti dopo, anche il suo cuore si ferma. È il racconto drammatico degli ultimi minuti di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia di appena 15 anni morte dopo essere state avvelenate con la ricina. A ricostruirli è uno degli uomini che cercò disperatamente di salvarle, Vincenzo Cuzzone, direttore della Rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso.
La sua testimonianza aggiunge un capitolo umano al giallo di Pietracatella, mentre l’inchiesta continua senza che, al momento, risultino persone indagate. Restano da capire soprattutto le domande fondamentali: come la ricina sia entrata in contatto con le due vittime, chi possa averla utilizzata e perché. Intorno alla famiglia gli investigatori hanno allargato enormemente il raggio degli accertamenti, arrivando ad ascoltare circa 200 persone, ma la soluzione continua a non arrivare.
Il medico e gli ultimi minuti di Sara: «La situazione era disperata»
Cuzzone ha raccontato ciò che accadde quando Sara arrivò nelle mani dei sanitari. Le condizioni della ragazza erano ormai gravissime e i medici tentarono tutto ciò che era possibile per salvarla. «La situazione era disperata, il cuore si era fermato e non ripartiva», ha ricordato il primario.
È in quei minuti che la tragedia assume contorni ancora più terribili. Antonella Di Ielsi era accanto alla figlia e attendeva di sapere se i medici sarebbero riusciti a strapparla alla morte. Quando ogni tentativo si rivelò inutile, fu proprio Cuzzone a doverle comunicare che Sara non ce l’aveva fatta. La madre fece allora una richiesta semplicissima: voleva vedere sua figlia per l’ultima volta.
Non ne ebbe il tempo. «Poi anche lei è andata in arresto cardiaco e non c’è stato modo», ha raccontato il medico. Nel giro di pochissimo tempo i sanitari si trovarono così davanti a una seconda emergenza e a un’altra vita da tentare disperatamente di salvare. Anche Antonella morì.
«Comunicare la morte di una paziente è sempre una sconfitta»
A distanza di tempo, il medico fatica ancora a trattenere l’emozione raccontando quelle ore. Per chi lavora in un reparto di Rianimazione la morte è una presenza conosciuta, ma questo non significa, spiega Cuzzone, che possa diventare normale.
«Comunicare il decesso di una paziente è sempre una sconfitta», ha detto. E poi una frase che racconta forse meglio di qualsiasi descrizione ciò che accadde in ospedale: «Ci si abitua al senso di responsabilità, ma alla morte non ci abituiamo mai. Dobbiamo governare le emozioni, ma non possiamo controllarle».
Il primario ha ricordato anche Gianni Di Vita, che in quelle ore perse contemporaneamente la moglie e la figlia. Cuzzone descrive la sua come una «reazione composta, non distaccata», quella di «una persona arresa a un destino così inesorabile e violento». Dietro le analisi tossicologiche, gli interrogatori e le ipotesi investigative resta dunque la dimensione di una famiglia distrutta nel giro di poche ore. Ed è proprio ciò che rende ancora più urgente una risposta sulla provenienza della sostanza che ha provocato le due morti.
Il mistero della ricina e un’inchiesta ancora senza indagati
L’inchiesta deve infatti rispondere alla domanda principale: chi ha avvelenato Antonella e Sara e in quale modo? Gli accertamenti hanno indicato nella ricina la sostanza responsabile dell’avvelenamento. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire tutti i movimenti e i contatti delle vittime e della loro famiglia, verificando ogni possibile elemento che possa spiegare come siano state esposte al veleno.
Il numero delle persone ascoltate dà la misura dell’ampiezza delle verifiche: circa duecento testimoni sarebbero già passati davanti agli investigatori. Audizioni che servono a ricostruire rapporti personali, frequentazioni, circostanze apparentemente marginali e possibili contraddizioni.
Tra gli elementi finiti sotto la lente degli investigatori ci sarebbero state anche ricerche informatiche riguardanti il veleno effettuate attraverso computer di una scuola. Un particolare sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza, senza che questo abbia finora portato all’iscrizione di un sospettato nel registro degli indagati. Ed è proprio l’assenza di indagati a imporre particolare cautela: le piste investigative non equivalgono a responsabilità accertate e le numerose persone ascoltate sono, allo stato, testimoni.
La pista passionale e l’ipotesi di una seconda strada investigativa
Tra le ipotesi circolate intorno all’inchiesta c’è quella di un possibile movente passionale, ma il quadro rimane tutt’altro che definito. La giornalista Antonia Varini, intervenendo sulla vicenda, ha inoltre prospettato l’esistenza di una possibile seconda pista sulla quale gli investigatori potrebbero lavorare senza averne resi pubblici i dettagli.
È possibile che proprio l’enorme numero di testimonianze raccolte risponda alla necessità di verificare minuziosamente le versioni fornite dalle persone entrate, anche marginalmente, nella storia della famiglia.
L’avvocata Ines Pisano ha sottolineato un aspetto procedurale importante: chi viene ascoltato come testimone è tenuto a dire la verità. La scelta di procedere attraverso un numero così elevato di audizioni potrebbe dunque consentire agli investigatori di confrontare dichiarazioni, orari e circostanze e individuare eventuali punti che non coincidono. Per ora, però, il nome dell’eventuale responsabile non c’è.
Pietracatella aspetta ancora di sapere chi ha ucciso Antonella e Sara
Ed è qui che il racconto del medico assume un significato ancora più forte. Perché mentre l’indagine procede attraverso analisi, testimonianze e ipotesi, Cuzzone riporta la vicenda alle sue ultime, terribili ore. Una ragazza di quindici anni con il cuore che non riparte. Una madre alla quale viene comunicato che la figlia è morta. La richiesta di poterla vedere ancora una volta. Poi l’arresto cardiaco della stessa donna e un secondo tentativo disperato di rianimazione.
Sono gli ultimi frammenti di vita di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi. Adesso resta da capire che cosa le abbia condotte fino a quella stanza d’ospedale e soprattutto chi abbia avuto un ruolo nella loro morte. Il giallo di Pietracatella continua ad avere molte domande e pochissime certezze. Una, però, è ormai terribile e definitiva: madre e figlia sono morte avvelenate e qualcuno deve ancora spiegare perché.







