Fabrizio Corona può davvero trasformare “Per la Verità” in un movimento politico e presentarsi alle elezioni? Sì, ma con un paradosso destinato a diventare uno degli aspetti più interessanti della sua annunciata discesa in campo: il fondatore potrebbe guidare la creatura politica senza poter essere lui stesso candidato. Su Corona pesa infatti l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, pena accessoria della condanna definitiva del 2013 per l’estorsione ai danni dell’ex calciatore David Trezeguet. Un ostacolo insormontabile se il progetto fosse quello di sedersi personalmente in Parlamento, molto meno se l’obiettivo fosse invece costruire un movimento, raccogliere consenso, scegliere una squadra e mandare alle urne altre persone.
Ed è proprio questa la strada che Corona sembra intenzionato a percorrere. Alla questione della propria impossibilità a candidarsi risponde senza arretrare di un centimetro: «Questo non vuol dire che io non possa tirare le fila di un gruppo di persone di mia fiducia». Una frase che sposta completamente il problema e apre uno scenario politico molto diverso da quello evocato dalla sua provocatoria autoproclamazione a «nuovo Berlusconi». Corona potrebbe non comparire mai su una scheda elettorale e restare comunque il fondatore, il volto, il megafono e soprattutto il regista di “Per la Verità”. A quel punto il precedente italiano più interessante non sarebbe più Silvio Berlusconi. Sarebbe Beppe Grillo.
Corona come Beppe Grillo: il leader fuori dalle liste
Le storie personali e politiche di Corona e Grillo sono ovviamente molto diverse, ma il meccanismo potrebbe presentare una somiglianza evidente. Beppe Grillo costruì il Movimento 5 Stelle trasformando progressivamente una comunità nata attorno ai suoi spettacoli, al blog e ai Meetup in una forza politica capace di arrivare in Parlamento e successivamente al governo del Paese. Grillo non entrò personalmente nelle istituzioni, mentre centinaia di candidati scelti dal movimento finirono nelle assemblee elettive. Era fuori dal Parlamento, ma per anni rimase il personaggio attorno al quale ruotavano identità, comunicazione e consenso del M5S.
Corona potrebbe provare a replicare qualcosa di simile nell’epoca di Instagram, YouTube e delle piattaforme proprietarie. Il suo capitale iniziale non è costituito da sezioni territoriali, circoli o amministratori locali, ma dai milioni di visualizzazioni accumulate da Falsissimo e da una comunità che ormai consuma direttamente i suoi contenuti senza passare attraverso televisioni e giornali. È probabilmente questo il vero esperimento politico nascosto dietro “Per la Verità”: capire se un pubblico digitale enorme e fortemente fidelizzato possa trasformarsi prima in una comunità politica e poi in voti reali. Per farlo non è indispensabile che Corona diventi deputato. È indispensabile, invece, che una parte significativa di chi oggi lo guarda sia disposta domani a votare le persone indicate da lui.
«Se mi danno oltre il 3% sono cazzi amari per tutti»
Corona sembra voler capire molto presto quanto possa valere elettoralmente l’operazione. «Vediamo i sondaggi tra uno o due giorni a quanto mi danno, perché se mi danno oltre il tre sono cazzi amari per tutti», ha annunciato presentando il movimento. Quel 3% rappresenta nella sua narrazione il confine tra la provocazione e la politica vera: se “Per la Verità” dovesse raccogliere nei sondaggi un consenso significativo, diventerebbe inevitabile chiedersi da quale area arrivino quei voti e soprattutto chi rischierebbe di perderli.
Il programma abbozzato da Corona sembra costruito proprio per sottrarsi alle categorie tradizionali. Ci sono temi riconducibili alla destra, come l’espulsione degli immigrati irregolari, la critica alla pressione fiscale e l’attacco alle politiche sull’immigrazione. Ma accanto a questi compaiono la legalizzazione delle droghe, la regolamentazione della prostituzione, la difesa del lavoro dall’intelligenza artificiale, l’attacco alle Big Tech e una critica durissima all’attuale sistema dei partiti. Corona stesso definisce il movimento «liberale e antisistema» e ha già preso di mira il governo Meloni, accusandolo di avere tradito persino le parole sulle quali aveva costruito una parte della propria identità politica: «Dio, patria, famiglia».
Da Berlusconi a Grillo, l’arma di Corona resta la comunicazione
Il modello dichiarato da Corona rimane Silvio Berlusconi. Nel video della sua discesa in campo ha volutamente richiamato il celebre messaggio con cui il Cavaliere annunciò nel 1994 l’ingresso in politica e si è presentato come «il nuovo Berlusconi», aggiungendo nel suo stile di essere «più bello, più giovane, più pulito, più trasgressivo». Ma Berlusconi disponeva di un partito costruito per portarlo direttamente a Palazzo Chigi ed era personalmente candidato. Corona, almeno allo stato attuale, dovrebbe inventare una formula differente: essere il proprietario politico del marchio senza diventarne il candidato.
È proprio qui che torna il parallelo con Grillo. Corona dispone già di ciò che molti movimenti appena nati devono costruire faticosamente: un sistema di comunicazione autonomo e un pubblico che lo segue direttamente. Con Falsissimo ha dimostrato di poter generare numeri enormi senza bisogno della televisione generalista e adesso vuole compiere un altro passo con King TV, la piattaforma nella quale intende pubblicare i contenuti rimossi dagli altri canali e creare anche un proprio social. Se il progetto andasse avanti, informazione, propaganda politica, comunità digitale e organizzazione del consenso potrebbero finire dentro lo stesso ecosistema.
Il vero problema di Corona adesso sono i candidati
È a questo punto, però, che finisce la provocazione e comincia la politica. Fondare un movimento, creare un simbolo e ottenere milioni di visualizzazioni è relativamente semplice per un personaggio con la potenza mediatica di Corona. Presentarsi alle elezioni è un’altra storia. Servono organizzazione, regole, liste, candidati, rappresentanti sul territorio, adempimenti elettorali e soprattutto persone alle quali affidare un marchio che oggi coincide quasi completamente con il suo fondatore.
La frase di Corona diventa allora molto più significativa: «Posso tirare le fila di un gruppo di persone di mia fiducia». Chi saranno queste persone? Professionisti, imprenditori, personaggi conosciuti, influencer, volti provenienti dal mondo di Falsissimo oppure persone completamente estranee alla politica? È probabilmente questa la prossima notizia da aspettarsi da “Per la Verità”. Perché un movimento costruito attorno a una personalità dominante deve affrontare un problema ancora maggiore quando quella stessa personalità non può comparire sulla scheda: convincere gli elettori a votare qualcun altro in nome suo.
Corona non può candidarsi, ma la sfida adesso sono le urne
Liquidare l’operazione semplicemente osservando che Corona non potrebbe candidarsi rischia quindi di non cogliere il punto. La domanda politicamente interessante non è se Fabrizio Corona possa diventare deputato o senatore, ma quanti italiani sarebbero disposti a votare una lista creata, promossa e guidata da lui trovandosi sulla scheda elettorale nomi diversi dal suo. Se quella percentuale fosse irrilevante, “Per la Verità” resterebbe un gigantesco fenomeno mediatico. Se invece cominciasse ad avvicinarsi alle soglie che Corona evoca, la questione diventerebbe molto più seria per i partiti tradizionali.
«Non è uno scherzo grottesco, ma è pura realtà», ha assicurato presentando il movimento. Corona ha promesso una piattaforma indipendente, una struttura politica e adesso parla apertamente di persone di sua fiducia attraverso le quali portare avanti il progetto. Non potrà essere lui, nelle condizioni attuali, a chiedere agli italiani di scrivere il suo nome sulla scheda. Ma potrebbe chiedere loro di votare i suoi candidati.
Ed è lì che si capirà se la discesa in campo di Fabrizio Corona è stata soltanto un’altra gigantesca operazione di comunicazione oppure l’inizio di qualcosa di diverso. Perché follower, visualizzazioni e sondaggi possono misurare la popolarità. La politica, alla fine, si misura alle urne.







