Schlein e Conte, il Campo largo è già una guerra: mentre Meloni aspetta, Pd e M5S si sfidano per una leadership che ancora non esiste

Festa per la vittoria del NO al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia nella foto Angelo Bonelli Giuseppe Conte Nicola Fratoianni Elly Schlein – Ipa @lacapitalenews.it

Il Campo largo dovrebbe prepararsi a battere Giorgia Meloni, ma per il momento sembra molto più impegnato a stabilire chi, tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, debba guidare l’assalto a Palazzo Chigi. Il problema è che la sfida per la leadership è cominciata prima ancora che esistano una coalizione vera, un programma condiviso e soprattutto una posizione comune su alcuni dei dossier più importanti.

La fotografia del fine settimana è quasi perfetta. Schlein chiude la Festa dell’Unità di Reggio Emilia ribadendo la linea «testardamente unitaria» e mostrando i muscoli davanti al popolo dem. Conte, contemporaneamente, parla alla Festa del Fatto Quotidiano e torna ad attaccare l’invio di armi all’Ucraina. Due piazze, due leader, due strategie. E sullo sfondo una domanda sempre più ingombrante: prima di scegliere chi deve comandare il Campo largo, qualcuno ha deciso dove vuole portarlo?

Schlein e Conte, la corsa per Palazzo Chigi è già cominciata

Conte nelle ultime settimane ha moltiplicato le presenze alle Feste dell’Unità, entrando direttamente nel territorio politico del Pd. Schlein risponde puntando sull’unità e sulla centralità dei democratici nella costruzione dell’alternativa. Formalmente nessuno dei due ha aperto la guerra. Politicamente, però, la competizione per la candidatura a Palazzo Chigi è ormai difficile da nascondere.

Conte deve dimostrare che il Movimento 5 Stelle non accetterà automaticamente una leadership democratica. Schlein, al contrario, non può permettere che il partito con più voti della coalizione finisca per consegnare la candidatura a premier all’ex presidente del Consiglio. Il risultato è un equilibrio sempre più complicato. Entrambi hanno bisogno dell’altro per provare a battere il centrodestra, ma entrambi devono contemporaneamente convincere i propri elettori di essere il leader naturale dell’alternativa. E le eventuali primarie rischiano di trasformarsi nel momento in cui questa rivalità esploderà definitivamente.

Ucraina, il nodo che il Campo largo continua a non sciogliere

La distanza più evidente resta quella sulla politica estera. Conte continua a opporsi all’invio di armi a Kiev, mentre il Pd mantiene una posizione diversa sul sostegno all’Ucraina. Non è una sfumatura programmatica. È una questione che riguarda direttamente il posizionamento internazionale dell’Italia, la sicurezza europea, la Nato e i rapporti con gli alleati.

Pensare di rinviare la soluzione a dopo la scelta del candidato premier significa quindi costruire la casa partendo dal tetto. Chiunque vincesse eventuali primarie dovrebbe il giorno successivo spiegare quale politica estera adotterebbe un governo composto da forze che oggi partono da posizioni molto distanti. Ed è proprio qui che la corsa alla leadership rischia di diventare un boomerang: il vincitore delle primarie potrebbe conquistare il candidato premier e scoprire subito dopo di non avere una coalizione realmente disposta a seguirlo.

Anche Torino, Milano e Roma diventano campi di battaglia

Le tensioni non riguardano soltanto le politiche. Le prossime amministrative stanno già mostrando quanto sia complicato trasformare il Campo largo da formula elettorale in alleanza stabile. A Torino il sindaco uscente parte da una posizione forte, mentre nel Movimento 5 Stelle pesa la contrarietà di Chiara Appendino. E il problema si intreccia inevitabilmente con gli equilibri nazionali: Conte avrà bisogno anche dell’area che fa riferimento all’ex sindaca nella futura partita per la leadership.

Altri nodi arriveranno a Milano e Roma, dove candidature e alleanze saranno altrettanti test sulla capacità di Pd e M5S di stare insieme senza trasformare ogni scelta locale in una resa dei conti nazionale. Nel frattempo resta aperto persino il problema dei centristi. Matteo Renzi continua a essere indigesto a una parte della coalizione, mentre altre ipotesi vengono valutate nel tentativo di allargare un fronte che, prima ancora di allargarsi, deve capire che cosa vuole essere.

Meloni osserva e può scegliere quando colpire

Ed è qui che il caos del Campo largo si incrocia perfettamente con la strategia elettorale di Giorgia Meloni. La premier può permettersi di aspettare perché il centrodestra ha già risolto la questione che sta paralizzando gli avversari: il candidato a Palazzo Chigi è lei. Pd e M5S devono invece trovare il leader, definire il programma, stabilire il perimetro della coalizione e sciogliere divergenze enormi sulla politica internazionale.

Se arriveranno all’inizio del 2027 ancora divisi, Meloni potrebbe avere interesse ad accelerare verso elezioni anticipate. Se invece celebreranno rapidamente le primarie, potrebbe aspettare e lasciare al vincitore diversi mesi per consumarsi nel tentativo di tenere insieme gli alleati. Il vero rischio per Schlein e Conte è quindi combattere una battaglia feroce per conquistare la guida di qualcosa che ancora non esiste.

Perché il Campo largo, prima di decidere chi deve entrare a Palazzo Chigi, dovrebbe forse stabilire che cosa intende fare una volta arrivato lì. Altrimenti Meloni potrebbe limitarsi a osservare gli avversari mentre fanno da soli gran parte del lavoro.