Il campo largo ha costruito l’alleanza, ma non ha ancora trovato il leader con cui presentarsi alle elezioni Politiche del 2027. Ed è proprio questo il problema che potrebbe trasformarsi nel principale vantaggio di Giorgia Meloni: mentre nel centrodestra la candidatura della presidente del Consiglio appare difficilmente contendibile, nel centrosinistra resta aperta la sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Stefano Menichini, su Repubblica, mette a fuoco il nodo partendo da un dato politico: tanto la segretaria del Pd quanto il presidente del Movimento 5 Stelle hanno lavorato per avvicinare due forze che arrivavano da anni di scontri e diffidenze. Nessuno dei due ha minacciato di rompere l’alleanza e i messaggi pubblici hanno continuato a ribadire la volontà di costruire un’alternativa al centrodestra. Il problema nasce quando dalla coalizione si passa alla leadership.
Schlein e Conte, il rischio di perdere i voti dell’alleato
Secondo l’analisi di Menichini, nessuno dei due leader può garantire di raccogliere alle Politiche tutti i voti del campo largo. Una candidatura Schlein rischierebbe di perdere una parte dell’elettorato del Movimento 5 Stelle; quella di Conte potrebbe invece incontrare resistenze tra gli elettori del Pd. La questione diventa ancora più seria perché né Schlein né Conte sembrano mostrare, almeno finora, una capacità di espansione fuori dai confini attuali della coalizione sufficiente a compensare queste eventuali perdite.
Non basta quindi sommare sulla carta le percentuali dei partiti. Per competere con Meloni serve un candidato capace di tenere insieme gli elettorati del centrosinistra e contemporaneamente conquistarne di nuovi. È da questa difficoltà, più che da una guerra personale tra Schlein e Conte, che nasce il dibattito sempre meno sotterraneo sulla possibilità di individuare una terza figura.
Il problema non si risolve chiudendosi in una stanza
Nemmeno un accordo diretto tra i due leader eliminerebbe il problema. Schlein e Conte potrebbero teoricamente stabilire chi debba guidare la coalizione, ma resterebbe da convincere gli elettori dell’altro partito ad accettare quella scelta.
Per Conte la questione appare particolarmente delicata. Se rinunciasse alla candidatura a Palazzo Chigi, dovrebbe quantomeno poter dimostrare al proprio elettorato di aver partecipato fino in fondo alla partita per la leadership.
Anche le primarie del campo largo rappresenterebbero soltanto una parte della soluzione. Potrebbero dare legittimazione popolare al vincitore, ma non garantirebbero automaticamente che gli elettori dello sconfitto lo seguano alle urne.
Sul tavolo pesa inoltre la legge elettorale. Ma anche mantenendo l’attuale sistema, secondo Menichini, sarebbe politicamente difficile immaginare una coalizione che si presenti alle elezioni senza indicare chiaramente chi intenda portare a Palazzo Chigi.
Meloni parte con un vantaggio
Il precedente del 2022 pesa. Il centrodestra arrivò alle urne con una leadership sostanzialmente definita dai rapporti di forza: Fratelli d’Italia risultava il partito in ascesa e Giorgia Meloni rappresentava chiaramente la candidata alla presidenza del Consiglio.
Nel 2027 potrebbe accadere nuovamente. Il campo largo rischierebbe invece di affrontare la campagna elettorale con un’incertezza difficile da sostenere: Schlein, Conte oppure qualcun altro? Una situazione che permetterebbe alla premier di impostare lo scontro sulla stabilità della propria leadership contro una coalizione che non ha ancora deciso chi debba guidarla. Ed è qui che entra in scena il cosiddetto «terzo nome».
Da Gualtieri a Manfredi, Decaro e Salis: la carta dei sindaci
I nomi che circolano hanno una caratteristica comune: molti arrivano dalle amministrazioni locali e possono rivendicare un’esperienza di governo senza identificarsi completamente con le battaglie interne dei partiti.
Tra i possibili candidati vengono indicati Roberto Gualtieri, sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia, e Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli ed ex ministro dell’Università. Circolano anche il nome del presidente della Puglia Antonio Decaro e quello della sindaca di Genova Silvia Salis.
Proprio Salis ha alimentato il dibattito dichiarando: «Se me lo chiedessero, lo prenderei in considerazione». Una frase che ha immediatamente proiettato il suo nome dal livello amministrativo a quello nazionale, nonostante la sindaca abbia finora evitato di presentarsi apertamente come aspirante candidata premier.
La logica che sostiene queste ipotesi è evidente: cercare una personalità che non appartenga direttamente alla competizione Schlein-Conte e che possa risultare accettabile sia agli elettori democratici sia a quelli pentastellati.
La vera sfida del campo largo
Il tempo per decidere non manca, ma rinviare troppo la scelta potrebbe trasformare la pluralità del centrosinistra da risorsa a debolezza. Schlein e Conte devono infatti risolvere un paradosso. Sono stati proprio loro a rendere possibile l’avvicinamento tra Pd e Movimento 5 Stelle, ma la competizione per stabilire quale dei due debba guidare quella stessa alleanza potrebbe diventare l’ostacolo più difficile da superare.
L’alternativa del terzo candidato nasce esattamente da qui: non sostituire Schlein o Conte alla guida dei rispettivi partiti, ma trovare una figura capace di rappresentare elettoralmente l’intera coalizione. Perché contro una Meloni che arriverà alle Politiche con una leadership già definita, il campo largo difficilmente potrà permettersi di arrivare alle urne chiedendo agli italiani di scegliere prima la coalizione e soltanto dopo scoprire chi dovrebbe governare.







