Caso Ranucci, Vespa rompe il silenzio: «Pensate se al suo posto ci fossi stato io». E sui social scatta l’ironia

Bruno Vespa

Bruno Vespa interviene sul caso Sigfrido Ranucci, ma sceglie di non pronunciarsi direttamente sulla vicenda che coinvolge il giornalista di Report. Lo fa però con una frase destinata inevitabilmente ad alimentare il dibattito: «Io, essendo anche qui l’ultimo giapponese, ho ancora un’etica aziendale e non parlo delle cose che riguardano casa mia. Dico solo una cosa: pensate se al posto di Ranucci ci fossi stato io…».

Poche parole, sufficienti a provocare una raffica di commenti sui social e a riaprire il confronto sul diverso trattamento riservato negli anni ai volti più importanti del servizio pubblico. Tra le reazioni circolate online anche una battuta particolarmente tagliente: «Di sicuro nessuno avrebbe avuto il sospetto che qualcuno avesse provato a incastrarlo per via delle inchieste scomode».

La vicenda Ranucci ha assunto nelle ultime settimane una forte rilevanza anche interna alla Rai. Il Comitato per il codice etico ha consegnato all’amministratore delegato Giampaolo Rossi il proprio parere dopo la lunga audizione del giornalista, mentre indiscrezioni, ipotesi e possibili conseguenze sul futuro professionale del conduttore di Report hanno continuato a trovare spazio sulla stampa.

Vespa e quel «pensate se ci fossi stato io»

Il passaggio scelto da Vespa contiene un paragone implicito tra la propria posizione e quella di Ranucci. Il conduttore di Porta a Porta rivendica la decisione di non discutere pubblicamente questioni interne alla Rai, definendola una forma di «etica aziendale», ma invita contemporaneamente a immaginare quale sarebbe stata la reazione se una vicenda analoga avesse coinvolto lui.

Proprio questo confronto ha acceso la discussione. Ranucci rappresenta infatti da anni uno dei volti del giornalismo d’inchiesta della Rai e le vicende che lo riguardano vengono inevitabilmente lette anche alla luce delle numerose inchieste realizzate da Report. Vespa, al contrario, occupa da decenni una posizione centrale nell’informazione politica del servizio pubblico, con rapporti consolidati con esponenti delle istituzioni e della politica di schieramenti diversi.

Il risultato è che quella che voleva essere una frase prudente ha finito per alimentare una domanda molto meno prudente: davvero il trattamento sarebbe stato lo stesso?

Il precedente del 2020 che coinvolse Vespa

Esiste peraltro un precedente che rende il paragone meno astratto. Nel marzo 2020 il Comitato per il codice etico della Rai si occupò proprio di Bruno Vespa. Il consigliere di amministrazione Riccardo Laganà e l’allora segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani presentarono un doppio esposto, indirizzato sia al Comitato sia al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio.

La contestazione riguardava alcune accuse rivolte da Vespa a Medici Senza Frontiere e le sue dichiarazioni sulla sospensione del programma, alla quale il giornalista aveva attribuito un possibile «sapore politico». Vespa parlò apertamente di censura.

Di quell’istruttoria, tuttavia, non venne reso pubblico alcun esito. Ed è proprio questo elemento a offrire oggi una chiave di lettura differente rispetto al paragone proposto dal giornalista.

Ranucci sotto i riflettori, il precedente rimasto nel silenzio

Nel caso Vespa del 2020 il procedimento rimase sostanzialmente lontano dai riflettori. Nel caso Ranucci, invece, ogni passaggio ha prodotto notizie e indiscrezioni: dalla convocazione alle cinque ore di audizione davanti al Comitato per il codice etico, fino ai tempi necessari per formulare il parere e alle ipotesi circolate sul futuro del giornalista.

È questa differenza a rendere particolarmente significativa la frase pronunciata oggi da Vespa. Il suo «pensate se al posto di Ranucci ci fossi stato io» nasce come osservazione sulle possibili conseguenze di un caso analogo che lo avesse riguardato. Il precedente del 2020 consente però di capovolgere la prospettiva: Vespa davanti al Comitato etico, almeno una volta, c’è già finito.

E quella vicenda ebbe un’esposizione pubblica molto diversa da quella che oggi accompagna ogni sviluppo del caso Ranucci.