È morto all’età di 84 anni Ratko Mladić, l’ex comandante dell’esercito dei serbi di Bosnia ed Erzegovina durante il sanguinoso conflitto degli anni Novanta. Mladić era detenuto nella prigione di Scheveningen, nei Paesi Bassi, dove dal 2017 stava scontando una condanna all’ergastolo dopo essere stato giudicato colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Da tempo gravemente malato, la sua scomparsa chiude definitivamente una delle pagine più buie e drammatiche della storia europea recente.
Un conflitto con oltre 100mila morti
Nato nel 1942 nei pressi di Kalinovik, Mladić ha svolto gran parte della sua carriera nell’Armata Popolare Jugoslava (JNA), partecipando alla guerra in Croazia nel 1991 prima di assumere la guida delle forze armate della Republika Srpska dal 1992 al 1996. Quest’ultima era l’entità territoriale autoproclamata dai serbi bosniaci per opporsi all’indipendenza della Bosnia Erzegovina dalla Jugoslavia.
La guerra, durata dal 1992 al 1995 tra bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici, ha causato oltre 100mila vittime e più di due milioni di profughi. Animato da un radicalismo ideologico spietato, Mladić considerava il conflitto una lotta esistenziale per la sopravvivenza del popolo serbo, definendo spregiativamente “turchi” i musulmani bosniaci e promuovendo sistematicamente brutali operazioni di pulizia etnica.
Responsabile delle peggiori atrocità
La giustizia internazionale ha ritenuto il generale direttamente responsabile delle peggiori atrocità commesse durante la guerra. Mladić è stato l’artefice del tragico assedio di Sarajevo, la capitale bosniaca, rimasta sotto il fuoco costante di bombe e cecchini nel più lungo assedio della storia moderna.
A suo carico anche il devastante massacro di Srebrenica del luglio 1995: dopo aver conquistato la città, all’epoca enclave protetta e rifugio per migliaia di sfollati, Mladić proclamò in un celebre video di voler regalare il centro abitato al popolo serbo. Nei giorni successivi, le truppe ai suoi ordini trucidarono oltre 8mila ragazzi e uomini musulmani, un’azione ufficialmente riconosciuta come genocidio dalla Corte internazionale di giustizia e che portò alla condanna all’ergastolo anche per il leader politico dei serbi bosniaci, Radovan Karadžić.
Latitante per sedici anni
Nonostante le incriminazioni e i mandati di cattura emessi già nel 1995 dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, Mladić è riuscito a sfuggire alla giustizia per ben 16 anni. Nella prima fase ha goduto della protezione aperta del regime di Slobodan Milošević a Belgrado, dove conduceva una vita alla luce del sole tra ristoranti, eventi pubblici e partite di calcio. Con la caduta del regime e la progressiva svolta filoeuropeista dei governi serbi, la sua copertura istituzionale è venuta meno.
Ridotto a contare solo sul supporto di una ristretta rete di fedelissimi, la sua latitanza si è conclusa il 26 maggio 2011 a Lazarevo, quando le forze di sicurezza lo hanno trovato nascosto nella casa di campagna di un cugino, ormai vecchio e malato, consegnandolo definitivamente alla giustizia prima del verdetto confermato in appello nel 2021.







