Ex Ilva, la corsa per le acciaierie resta a tre: nessuna offerta (al momento) dai cechi di CE Industries

CE Industries, al momento, non ha presentato alcuna manifestazione di interesse per l’ex Ilva di Taranto. La holding industriale della Repubblica Ceca ha smentito le voci di un interessamento. «Non è stata presa alcuna decisione in merito alla portata di un eventuale interesse su cui potremmo esprimerci», hanno fatto sapere dal quartier generale a Praga.

Era stato il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, ad annunciare l’interesse di «un quarto grande operatore europeo, un big della siderurgia del continente» al Meeting di Cl a Rimini, senza però svelarne il nome. Il presunto interessamento della holding fondata dall’imprenditore Jaroslav Strnad è emerso poi da indiscrezioni circolate nel corso della giornata.

Il gruppo opera principalmente in Europa e Nord America. Il suo core business riguarda attività nei settori della logistica ferroviaria, dell’energia, della meccanica, del riciclo, della difesa e dell’acciaio, la società gestisce oltre 30 aziende con più di 3.100 dipendenti. I pretendenti restano dunque tre: il colosso siderurgico indiano Jindal, il fondo statunitense Flacks Group e la cordata italiana guidata da Federacciai (un gruppo di 14 aziende che comprende top player del calibro di Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Acciaierie Veneto ed Eusider).

Il nodo dell’area a caldo e la battaglia legale

La cordata italiana ha già ottenuto l’accesso alla data room per esaminare lo stato di salute dell’azienda, ma la sua strategia punta esclusivamente all’acquisizione dell’area a freddo (laminatoi, treni nastri e finitura). Questa scelta è strettamente legata al destino dell’area a caldo (cokerie, altiforni e acciaierie). Su cui pende un decreto della Corte d’Appello di Milano che ne ha disposto lo stop entro la fine di ottobre. I giudici milanesi hanno stabilito che le emissioni di polveri sottili e amianto sono nocive per l’ambiente, i cittadini e i lavoratori.

La proprietà ha impugnato il decreto davanti alla Corte di Cassazione e sta preparando un’istanza di sospensiva urgente alla stessa Corte d’Appello. Il ricorso alla Suprema Corte non sospende l’esecutività del provvedimento. Anche il gestore degli impianti, Acciaierie d’Italia, sta predisponendo una identica contromossa legale. Al contrario dei siderurgici italiani, il gruppo indiano Jindal ha riformulato la propria offerta. Si è dichiarato pronto a rilevare anche l’area a caldo per poi valutarne il futuro una volta chiarito l’esito del contenzioso giudiziario.

La mediazione del Governo e il rischio “bomba sociale”

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha evidenziato la necessità di una forte responsabilità istituzionale per evitare che la legittima decisione della magistratura milanese si trasformi in una “bomba sociale e produttiva” per il territorio tarantino. Per sbloccare la situazione e favorire la transizione verso l’acciaio green, è stato convocato per settembre il tavolo permanente sull’Ilva a Palazzo Chigi, coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano.

Parallelamente, al ministero resta attivo il “Tavolo Taranto” per coordinare progetti industriali alternativi e innovativi nel settore delle tecnologie green, della cantieristica e dell’intelligenza artificiale. I lavoratori a rischio, tra impiego diretto e indotto sono circa 20mila. Più della metà sono in Puglia. La proprietà controlla, oltre Taranto, altri tre stabilimenti, a Cornigliano in provincia di Genova, a Novi Ligure in provincia di Alessandria e a Racconigi in provincia di Cuneo.

La crisi italiana e la ripartenza della siderurgia europea

Mentre l’Italia si prepara a spegnere i motori dell’area a caldo di Taranto, il resto d’Europa assiste a una ripartenza record della siderurgia integrale. Il 1° luglio è entrata in vigore la nuova Salvaguardia della Commissione europea. Si tratta di una misura fortemente protezionistica che riduce del 40% le importazioni di acciaio extra-Ue e applica dazi del 50% sulle quote eccedenti. Questa mossa ha l’effetto di spostare oltre 10 milioni di tonnellate di domanda verso i produttori europei, gonfiando i portafogli ordini dell’intero comparto.

I riflessi sui mercati finanziari sono stati immediati, con performance azionarie eccellenti, per le aziende quotate in Borsa, già nei primi giorni di luglio. ArcelorMittal ha riattivato tre altiforni a Fos-sur-Mer (Francia), Dąbrowa Górnicza (Polonia) e Gijón (Spagna) per capitalizzare la domanda protetta dalle barriere doganali.

Lo stabilimento di Taranto, al contrario, è quasi fermo: l’unico impianto attivo è l’Altoforno 2, che marcia a un ritmo di appena 4.500-4.700 tonnellate al giorno. Anche senza il blocco giudiziario di ottobre, le stime di Siderweb prevedevano per fine anno una produzione complessiva compresa tra 1,5 e 1,7 milioni di tonnellate di acciaio.

La produzione italiana di prodotti piani ha segnato a giugno un balzo del 7,7% su base annua. Questo incremento è trainato da Arvedi, unico produttore italiano di piani insieme all’ex Ilva, che si sta muovendo rapidamente per intercettare le quote di mercato liberate dalla stretta sulle importazioni estere.

Nonostante le difficoltà, lo scudo protettivo eretto da Bruxelles potrebbe rivelarsi l’ultima ancora di salvezza per l’ex Ilva, seppur in una prospettiva conservativa. Proprio i dazi europei rendono Taranto un asset strategico per produttori extra-Ue come Jindal, impossibilitati a presidiare altrimenti il ricco mercato comunitario. Inoltre, la grande disponibilità di bramme da laminare (semilavorati siderurgici in acciaio con una caratteristica sezione rettangolare, destinati a essere trasformati in lamiere o nastri). Generata indirettamente dalle nuove regole potrebbe facilitare la vendita separata dell’area a freddo, aprendo la strada a una profonda ristrutturazione industriale.