Una busta con sopra un nome, «Monique», apre un nuovo fronte nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, uccise dalla ricina a Pietracatella. Gli investigatori l’hanno trovata nel salotto dell’abitazione della famiglia Di Vita e ora cercano eventuali tracce del veleno attraverso specifici tamponi.
Sul significato di quel nome resta il massimo riserbo. «Monique» potrebbe rappresentare il diminutivo o il soprannome riconducibile a uno dei nomi già comparsi nell’inchiesta, ma gli inquirenti non hanno fornito indicazioni sull’identità della persona né sull’eventuale collegamento con il duplice avvelenamento.
La busta costituisce soltanto uno degli elementi sui quali si concentra in queste ore il lavoro investigativo. Gli specialisti tedeschi che affiancano gli esperti italiani stanno analizzando anche due borracce e un contenitore di vetro con alcuni semi. L’obiettivo resta quello che accompagna l’inchiesta fin dall’inizio: individuare il mezzo attraverso il quale Antonella e Sara hanno assunto la ricina e ricostruire il percorso del veleno.
Due borracce e quei semi trovati nell’appartamento
Gli esperti stanno esaminando una borraccia in alluminio bianco e una seconda borraccia in plastica nera. A queste si aggiunge un contenitore di vetro trovato nell’appartamento sottostante, dove vive la madre di Gianni Di Vita. Al suo interno gli investigatori hanno trovato alcuni semi, ma non hanno ancora chiarito pubblicamente di quale pianta si tratti.
Le analisi dovranno stabilire se uno di questi oggetti conservi tracce della sostanza che ha provocato la morte di madre e figlia. Individuare il possibile vettore della ricina rappresenterebbe un passaggio decisivo: permetterebbe agli inquirenti di capire come il veleno sia entrato nella disponibilità delle vittime e soprattutto chi possa aver avuto accesso all’oggetto utilizzato per somministrarlo.
Gli investigatori hanno esteso i controlli anche allo studio professionale di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, sopravvissuto insieme all’altra figlia Alice. Lo studio del commercialista si trova davanti all’abitazione della famiglia. Gli specialisti hanno effettuato tamponi alla ricerca di ricina sia nei locali sia nel giardino vicino.
Il mistero della busta «Monique»
Tra tutti gli oggetti finiti sotto la lente degli investigatori, la busta con la scritta «Monique» rappresenta al momento quello più enigmatico. Gli inquirenti non hanno chiarito cosa contenesse, a chi fosse destinata né quale circostanza abbia attirato su di essa la loro attenzione.
Proprio per questo occorre distinguere i dati acquisiti dalle ipotesi. Il ritrovamento della busta non dimostra alcun collegamento con l’avvelenamento e il nome scritto sopra non indica necessariamente una persona coinvolta nell’inchiesta. Solo gli esami scientifici potranno dire se l’oggetto conservi tracce di ricina e meriti quindi un approfondimento investigativo.
Nel frattempo la Procura continua a ricostruire gli ultimi giorni di vita di Antonella e Sara e la rete di persone che frequentavano la famiglia. Gli investigatori cercano di stabilire chi abbia incontrato le vittime, chi abbia avuto accesso alla casa e quali circostanze possano spiegare la presenza del veleno.
Nuove audizioni, gli inquirenti ricostruiscono i rapporti della famiglia
La giornata prevede anche un briefing operativo in Procura e nuove audizioni. Gli investigatori intendono ascoltare alcune amiche che frequentavano la parrocchia insieme ad Antonella Di Ielsi, mentre resta incerto il nuovo appuntamento con il marito dell’amica d’infanzia di Gianni Di Vita, già rinviato diverse volte.
Ogni testimonianza può contribuire a ricostruire abitudini, frequentazioni e rapporti personali della famiglia nelle settimane precedenti al duplice avvelenamento. In questa fase gli inquirenti stanno infatti cercando soprattutto riscontri: persone, luoghi e oggetti devono trovare una collocazione precisa nella sequenza degli eventi che ha portato Antonella e Sara ad assumere la ricina.
Il fratello di Antonella, Luigi, mantiene intanto grande prudenza: «Non so se la svolta è vicina, speriamo. Con Gianni e mia nipote ci parlo, ma finché non uscirà qualcosa non mi sembra il caso di parlare delle indagini».
Molto dipenderà adesso dai risultati dei laboratori. Trovare ricina su una delle borracce, sul contenitore, nella busta o negli altri ambienti controllati darebbe agli investigatori un punto concreto dal quale ripartire. Finora il veleno ha spiegato come sono morte Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Resta ancora da ricostruire come sia arrivato fino a loro e, soprattutto, chi ce l’abbia portato.







