«Non siamo in guerra, ma non siamo più in una condizione di pace piena. Da tempo, ormai». L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, fotografa così il nuovo scenario nel quale si muovono l’Europa e l’Alleanza Atlantica. Una situazione nella quale il confine tradizionale tra guerra e pace è diventato sempre più sottile, mentre cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, pressioni sulle infrastrutture e altre forme di guerra ibrida consentono di colpire un avversario senza arrivare necessariamente a uno scontro militare convenzionale.
In un’intervista al Foglio, Cavo Dragone mette insieme la guerra in Ucraina, la crescente cooperazione tra Russia, Iran e Corea del Nord e la necessità per i Paesi europei di investire maggiormente nella propria sicurezza. Non per prepararsi a una guerra considerata inevitabile, precisa l’ammiraglio, ma esattamente per il motivo opposto: costruire una deterrenza sufficientemente credibile da convincere qualsiasi potenziale aggressore che il prezzo di un attacco sarebbe troppo alto.
Cavo Dragone: «Non siamo più in una condizione di pace piena»
Il ragionamento parte inevitabilmente dall’Ucraina. Per Cavo Dragone un’eventuale pace non potrà limitarsi alla semplice cessazione delle ostilità, ma dovrà lasciare il Paese «sovrano, libero di scegliere il proprio futuro e militarmente capace di impedire una nuova aggressione». Una condizione che spiega perché la Nato continui a considerare centrale la capacità militare di Kiev anche nell’ipotesi di una soluzione negoziata del conflitto.
Il problema, però, non riguarda più soltanto Mosca. La guerra ha mostrato una crescente saldatura tra Paesi che, pur avendo interessi differenti, trovano conveniente cooperare contro l’Occidente. «I nostri avversari stanno costruendo una rete di convenienza strategica; noi dobbiamo rafforzare una rete di fiducia strategica», osserva il presidente del Comitato militare della Nato, indicando nella collaborazione tra Russia, Iran e Corea del Nord uno dei principali elementi di trasformazione dello scenario internazionale.
Iran e Russia, per la Nato il fronte ormai arriva fino all’Europa
Particolarmente significativo è il riferimento a Teheran. Secondo Cavo Dragone, «l’Iran non può più essere considerato esclusivamente un problema mediorientale», perché fornisce capacità militari alla Russia utilizzate in una guerra combattuta direttamente sul territorio europeo. Il conflitto ucraino ha così cancellato molte delle vecchie separazioni geografiche della sicurezza internazionale: tecnologie, munizioni e sistemi d’arma prodotti a migliaia di chilometri di distanza possono incidere direttamente sull’equilibrio militare europeo.
Di fronte a questa rete di alleanze e interessi, la risposta indicata dalla Nato resta la deterrenza. «L’obiettivo non è prepararci a combattere una guerra inevitabile, ma renderla evitabile attraverso una deterrenza credibile», spiega Cavo Dragone. Perché il meccanismo funzioni servono capacità militari reali, la credibilità della volontà politica di impiegarle e la chiarezza necessaria per far comprendere all’avversario quali sarebbero le conseguenze di un’aggressione. Il rischio di guerra, secondo questa impostazione, cresce soprattutto quando chi pensa di attaccare ritiene di poter ottenere rapidamente il proprio obiettivo pagando un prezzo accettabile.
Difesa, «la sicurezza è la precondizione di tutto il resto»
È su questa base che Cavo Dragone affronta anche uno dei temi politicamente più delicati in Europa: l’aumento degli investimenti nella difesa. L’ammiraglio propone innanzitutto di cambiare prospettiva: «Parlerei di investimento più che di spesa, e di sicurezza più che di armamenti», perché la difesa contemporanea non significa soltanto acquistare carri armati, aerei, navi o munizioni.
Dentro il concetto di sicurezza rientrano infatti la mobilità militare, le infrastrutture energetiche, le reti di comunicazione, la cybersicurezza, le scorte sanitarie e la protezione civile, oltre alle nuove tecnologie strategiche come intelligenza artificiale, spazio, sensoristica e sistemi autonomi. Investimenti che possono avere ricadute dirette anche sulla competitività industriale europea e coinvolgere imprese, centri di ricerca e università. La stessa resilienza necessaria in uno scenario di conflitto serve inoltre a proteggere ospedali, banche, reti energetiche e infrastrutture critiche durante qualsiasi grande emergenza. «La sicurezza è la precondizione di tutto il resto», sintetizza il presidente del Comitato militare.
Cavo Dragone avverte l’Italia: dovrà aumentare il proprio contributo
Nel nuovo scenario anche l’Italia dovrà assumersi maggiori responsabilità all’interno della Nato. Cavo Dragone rivendica il ruolo già svolto dal nostro Paese nelle principali missioni dell’Alleanza, dalla presenza sul fianco orientale all’impegno nei Balcani e nel Mediterraneo, con personale e assetti terrestri, navali e aerei. L’Italia ospita inoltre strutture strategiche come il Joint Force Command di Napoli e il Nato Defense College e, negli ultimi anni, ha aumentato significativamente gli investimenti destinati alla Difesa.
Per l’ammiraglio, tuttavia, non basta discutere della percentuale di Pil destinata alle spese militari. «Il punto non è soltanto quanto si investe, ma che cosa si riesce a trasformare in capacità». Roma dovrà quindi puntare su programmi capaci di produrre strumenti «credibili, disponibili e interoperabili», rafforzando contemporaneamente la prontezza delle Forze armate italiane e il contributo del Paese all’intera Alleanza.
Il messaggio politico è netto: «Anche il nostro Paese, come ha sempre fatto, dovrà assumersi una quota crescente della responsabilità collettiva». Una richiesta destinata inevitabilmente a entrare nel confronto italiano sulla crescita delle spese per la difesa, mentre maggioranza e opposizioni continuano a dividersi sull’entità degli investimenti e sul sostegno militare all’Ucraina. Per Cavo Dragone, però, il punto di partenza viene prima della battaglia sulle cifre: l’Europa non è formalmente in guerra, ma la stagione nella quale poteva considerare la pace una condizione acquisita è ormai finita.







