Nel giallo della ricina di Pietracatella c’è adesso un uomo che gli investigatori vogliono conoscere meglio. Non è un nuovo indagato e definirlo “misterioso” serve soltanto a indicare che la sua identità non è stata resa pubblica, ma la sua presenza negli ultimi giorni di vita di Antonella Di Ielsi potrebbe aiutare a ricostruire ciò che accadde prima della morte della donna e di sua figlia Sara Di Vita. Antonella lo avrebbe incontrato il 22 dicembre 2025 nell’ufficio del marito Gianni Di Vita, dove lavorava anche lei, e avrebbe continuato a comunicare con lui via chat persino il 25 e il 26 dicembre, quando aveva già cominciato a stare male.
È questa la novità sulla quale stanno lavorando gli investigatori coordinati dalla Procura di Larino. L’uomo, che secondo le informazioni emerse sarebbe una persona vicina sia ad Antonella sia al marito, era già comparso nelle verifiche precedenti. Il 30 settembre la Squadra Mobile lo ha nuovamente convocato negli uffici della Questura di Campobasso e lo ha ascoltato per circa due ore.
Non significa che gli investigatori gli attribuiscano un ruolo nell’avvelenamento. Significa, piuttosto, che stanno ricostruendo con sempre maggiore precisione la rete di relazioni di Antonella negli ultimi giorni prima della tragedia, incrociando incontri, telefonate, messaggi e dati contenuti nei dispositivi elettronici.
Pietracatella: l’incontro del 22 dicembre e le chat durante l’avvelenamento
La data che acquista importanza è 22 dicembre 2025. Antonella Di Ielsi avrebbe incontrato l’uomo in uno degli studi professionali nei quali lavorava insieme al marito commercialista. Pochi giorni dopo la donna e la figlia Sara avrebbero manifestato i sintomi che, secondo gli accertamenti successivi, risultano compatibili con l’intossicazione che portò entrambe alla morte.
Tra Antonella e quell’uomo non ci sarebbe stato soltanto l’incontro. Gli investigatori avrebbero individuato anche una corrispondenza via chat e proprio la cronologia dei messaggi potrebbe diventare interessante per ricostruire le ultime giornate della cinquantenne.
Antonella, infatti, avrebbe continuato a comunicare con lui anche il 25 e il 26 dicembre, quando stava già male. Gli investigatori vogliono quindi capire che cosa si siano detti, quale fosse la natura del loro rapporto e se quelle conversazioni contengano elementi utili a ricostruire gli spostamenti, le frequentazioni e lo stato d’animo della donna.
Al momento, però, non risultano elementi che consentano di attribuire all’uomo responsabilità nella morte di Antonella e Sara. La sua audizione va letta nel quadro molto più ampio delle verifiche che gli investigatori stanno conducendo sulle persone entrate in contatto con la famiglia.
Il possibile movente passionale resta sul tavolo
Tra le piste sulle quali gli inquirenti stanno lavorando continua a comparire anche quella di un possibile movente passionale, ma non rappresenta l’unica ipotesi e gli investigatori stanno cercando di verificare scenari differenti. È proprio per questo che i rapporti personali di Antonella assumono un peso investigativo. Non basta sapere con chi parlasse: bisogna comprendere perché, con quale frequenza e soprattutto che cosa accadde nei giorni immediatamente precedenti all’avvelenamento.
In questo quadro assumono importanza anche i dispositivi elettronici acquisiti durante le ultime attività investigative. Telefoni e computer possono infatti permettere di ricostruire conversazioni, contatti e cronologie, mettendo in relazione le comunicazioni con gli altri elementi già raccolti. Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, non risulta indagato ed è parte offesa nel procedimento.
Perquisiti gli studi e la casa di Gianni Di Vita
Il 29 settembre la Squadra Mobile ha effettuato nuove attività negli ambienti legati a Gianni Di Vita. Gli investigatori hanno lavorato nei due studi professionali del commercialista, uno a Pietracatella e l’altro a Campobasso, acquisendo dispositivi e computer che l’uomo avrebbe consegnato spontaneamente.
Le verifiche hanno riguardato anche la sua abitazione di Pietracatella. Proprio qui gli investigatori hanno sequestrato una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi. L’oggetto potrebbe avere interesse perché gli inquirenti stanno cercando di stabilire se la donna possa avervi trasportato una borraccia finita a sua volta sotto sequestro e sulla quale si concentrano gli accertamenti relativi alla contaminazione.
È uno dei tasselli di una ricostruzione ancora incompleta: stabilire dove fosse la ricina, attraverso quale oggetto sia entrata in contatto con le vittime e soprattutto chi abbia avuto la possibilità di maneggiarla.
La risposta più attesa tarda ad arrivare dalla Germania
Nel frattempo slittano proprio alcuni degli esami scientifici più attesi. Il Robert Koch Institut di Berlino, coinvolto negli accertamenti sulla ricina, avrebbe dovuto completare le proprie analisi entro il primo ottobre. Gli specialisti tedeschi hanno però chiesto una proroga di altri 30 giorni per terminare il lavoro.
La richiesta è stata trasmessa alla Procura di Larino e dovrà seguire l’iter previsto. Quel risultato potrebbe rappresentare un passaggio importante perché il caso di Pietracatella ruota ormai intorno a una domanda apparentemente semplice ma investigativamente complicatissima: come è arrivata la ricina nell’organismo di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara?
Una volta stabilito con precisione il veicolo dell’avvelenamento, sarà possibile restringere ulteriormente il campo delle persone che possono aver avuto accesso alla sostanza o all’oggetto contaminato.
Pietracatella, telefoni e computer: la nuova fase dell’inchiesta
L’indagine sembra quindi essere entrata in una fase diversa. Dopo aver stabilito la presenza della sostanza tossica, gli investigatori stanno ricostruendo minuziosamente gli ultimi giorni delle due vittime. Ed è in questa cronologia che compare l’uomo ascoltato per due ore a Campobasso.
L’incontro del 22 dicembre, le conversazioni successive e soprattutto quei messaggi scambiati mentre Antonella aveva già iniziato a stare male rappresentano elementi che gli investigatori vogliono collocare correttamente nella sequenza degli eventi. Non provano, da soli, alcun coinvolgimento dell’interlocutore, ma possono raccontare molto di ciò che Antonella stava facendo e pensando nelle ore cruciali.
Per questo adesso telefoni e computer possono diventare importanti quasi quanto le analisi tossicologiche. Da una parte gli scienziati devono ricostruire il percorso della ricina; dall’altra gli investigatori devono ricostruire quello delle persone. In mezzo ci sono gli ultimi giorni di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, le loro abitudini, gli oggetti che hanno utilizzato, gli incontri e le conversazioni rimaste nei dispositivi.
Il giallo di Pietracatella, a quasi un anno dalla morte di madre e figlia, continua così ad aggiungere tasselli. E l’ultimo porta a un uomo che Antonella conosceva, incontrò pochi giorni prima della tragedia e al quale, secondo quanto emerso, continuò a scrivere anche quando l’avvelenamento aveva già cominciato a manifestare i suoi effetti.







