Pietracatella, ricina: Alice Di Vita e il tecnico di laboratorio fuori dai sospetti. La Procura cerca ancora chi ha avvelenato madre e figlia

Ricina a Pietracatella, Gianni di Vita e la figlia Alice

Alice Di Vita e il marito di un’amica d’infanzia di Gianni Di Vita sarebbero stati esclusi dalla cerchia dei sospettati per il duplice avvelenamento di Pietracatella. È questa la novità che emerge dalle ultime indiscrezioni sull’inchiesta per la morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, uccise dalla ricina durante le festività natalizie del 2025. La posizione della diciannovenne Alice, sorella di Sara e figlia di Antonella, non sarebbe dunque considerata sospetta dagli investigatori, così come quella di un tecnico di laboratorio dell’istituto agrario di Riccia, marito di una donna legata da una lunga amicizia al padre delle vittime.

Una notizia importante, soprattutto dopo le speculazioni che avevano accompagnato i recenti accertamenti sul telefono cellulare di Alice, raggiunta a Torino dagli agenti della Squadra Mobile di Campobasso. Il fascicolo della Procura di Larino resta comunque aperto per duplice omicidio premeditato contro ignoti, senza persone formalmente indagate. Nel frattempo, proseguono le analisi sui dispositivi elettronici sequestrati negli studi professionali di Gianni Di Vita, mentre dalla Germania si attendono ancora i risultati degli esami sui reperti raccolti nell’abitazione.

Alice Di Vita fuori dai sospetti dopo il controllo del cellulare

Secondo le informazioni emerse il 29 ottobre, gli investigatori avrebbero escluso Alice Di Vita dalle persone sulle quali si concentrano i sospetti per la morte della madre e della sorella. Una precisazione particolarmente significativa dopo che, nei giorni precedenti, era diventata pubblica la notizia dell’intervento della polizia a Torino, dove la ragazza si è trasferita per frequentare l’università.

Gli agenti della Squadra Mobile di Campobasso avevano raggiunto la diciannovenne per effettuare verifiche sui dati contenuti nel suo smartphone. Alice avrebbe consegnato spontaneamente il dispositivo, sbloccandolo personalmente e collaborando alle operazioni richieste.

La disponibilità della giovane era stata confermata anche dall’avvocato Facciolla, che assiste lei e il padre. Non erano stati riferiti comportamenti di opposizione agli accertamenti, né risultavano provvedimenti giudiziari che attribuissero alla ragazza una responsabilità nella vicenda.

Le ultime indiscrezioni rafforzano quindi la necessità di distinguere tra un controllo investigativo e l’esistenza di sospetti concreti. La verifica di un telefono può essere utile a ricostruire contatti, comunicazioni e circostanze familiari anche quando il proprietario del dispositivo non è indagato.

L’esclusione di Alice dalla cerchia dei sospettati, peraltro, non equivale a un provvedimento formale di archiviazione nei suoi confronti, dal momento che non risulta iscritta nel registro degli indagati. Si tratta piuttosto di un’indicazione sull’orientamento attuale degli investigatori, secondo le informazioni disponibili.

Escluso anche il marito dell’amica di Gianni Di Vita

La seconda persona che sarebbe stata esclusa dai sospetti è un tecnico di laboratorio dell’istituto agrario di Riccia, in provincia di Campobasso. L’uomo è il marito di un’amica d’infanzia di Gianni Di Vita, padre di Sara e marito di Antonella.

La sua professione aveva attirato l’attenzione nel dibattito pubblico perché l’indagine riguarda una sostanza tossica di origine vegetale, la ricina, e gli investigatori stanno cercando di ricostruire anche le possibili modalità di reperimento e preparazione del veleno.

Tuttavia, la semplice attività lavorativa in un laboratorio non rappresenta un elemento sufficiente per ipotizzare un coinvolgimento in un delitto. Secondo le indiscrezioni, gli accertamenti non avrebbero fornito elementi tali da mantenere l’uomo nella cerchia delle persone sospettate.

La circostanza assume rilievo anche alla luce delle verifiche sui rapporti personali di Gianni Di Vita, che nelle ultime settimane hanno portato gli investigatori a raccogliere informazioni su alcune sue conoscenze.

Resta importante precisare che non sono stati divulgati i dettagli delle verifiche effettuate sul tecnico, né gli specifici elementi che avrebbero portato a escluderne un coinvolgimento. La notizia riguarda dunque l’attuale orientamento investigativo e non permette di ricostruire integralmente il percorso seguito dalla Procura.

Antonella e Sara morte dopo Natale: il veleno era ricina

Il duplice delitto risale agli ultimi giorni del dicembre 2025. Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita morirono tra il 27 e il 28 dicembre, dopo aver manifestato gravi sintomi di intossicazione in seguito ai pasti consumati durante le festività natalizie.

Le prime ricostruzioni non avevano consentito di individuare immediatamente la causa delle condizioni delle due donne. Furono i successivi accertamenti tossicologici dell’Istituto Maugeri di Pavia, insieme agli esami autoptici, a chiarire che entrambe erano state vittime di un’intossicazione acuta da ricina.

La ricina è una tossina estremamente pericolosa ricavabile dalla pianta del ricino. Il suo effetto sull’organismo può essere devastante e dipende, tra gli altri fattori, dalla quantità assorbita e dalla modalità di esposizione.

Un particolare fondamentale riguarda Gianni Di Vita, che aveva condiviso alcuni pasti con la moglie e la figlia ma aveva accusato soltanto sintomi lievi, risultando negativo agli esami tossicologici disponibili.

Questa differenza ha contribuito a rendere particolarmente complessa la ricostruzione dell’avvelenamento. Gli investigatori devono ancora stabilire attraverso quale alimento o altro veicolo la sostanza sia stata somministrata e perché le due vittime abbiano subito conseguenze così gravi.

Computer, hard disk e chiavette USB: nuove analisi negli studi di Gianni Di Vita

Un altro fronte dell’inchiesta riguarda il materiale informatico acquisito durante le perquisizioni effettuate alla fine di settembre negli studi professionali di Gianni Di Vita, a Campobasso e Pietracatella.

Il 29 ottobre sarebbero iniziate negli uffici della Questura di Campobasso le operazioni di acquisizione e analisi dei dati contenuti nei dispositivi sequestrati.

Tra il materiale sottoposto ad accertamento figurano computer, hard disk, chiavette USB e uno smartphone. L’obiettivo è esaminare le informazioni potenzialmente utili alla ricostruzione dei fatti, comprese eventuali comunicazioni, documenti e dati conservati sui dispositivi.

Le verifiche si inseriscono nell’approfondimento dei rapporti personali e professionali del marito e padre delle vittime. Nelle ultime settimane sono infatti emerse indiscrezioni su una seconda donna della quale gli investigatori avrebbero cercato di ricostruire i rapporti con Di Vita.

Non è stato chiarito se questa persona appartenga al suo ambiente lavorativo o alla sua cerchia privata, né quale sia l’effettiva rilevanza delle informazioni raccolte.

Anche in questo caso, il sequestro e l’analisi di dispositivi elettronici non costituiscono una prova di responsabilità del loro proprietario. Gianni Di Vita non risulta formalmente indagato e gli accertamenti possono servire anche a individuare elementi utili a ricostruire le circostanze della tragedia.

I 131 reperti inviati in Germania: risultati attesi a fine anno

Il capitolo scientifico resta uno dei più importanti dell’intera inchiesta. La Procura di Larino attende infatti i risultati delle analisi affidate al Robert Koch Institute di Berlino su alimenti e altri materiali sequestrati nell’abitazione della famiglia.

Complessivamente, gli accertamenti riguardano 131 reperti, dai quali gli specialisti dovranno cercare di ricavare informazioni sulla presenza della ricina e sulle possibili modalità di contaminazione.

I tempi si sono però ulteriormente allungati. Secondo gli ultimi aggiornamenti, i risultati non arriveranno prima della fine del 2026, dopo una nuova proroga delle verifiche.

L’esito degli esami potrebbe essere decisivo soprattutto per individuare il possibile veicolo dell’avvelenamento. Sapere dove fosse presente la tossina consentirebbe infatti di restringere la ricostruzione degli eventi e di verificare la compatibilità delle diverse ipotesi investigative.

Resta tuttavia un problema distinto: identificare il materiale contaminato non significa automaticamente individuare chi vi abbia introdotto il veleno. Per arrivare a un responsabile serviranno ulteriori riscontri sulle circostanze, sui tempi e sulle persone che avrebbero potuto avere accesso alla sostanza o agli alimenti.

L’inchiesta resta contro ignoti: chi ha avvelenato Antonella e Sara?

L’esclusione di Alice Di Vita e del tecnico di laboratorio dai sospetti rappresenta un aggiornamento importante, ma non risolve il mistero di Pietracatella. La Procura continua a indagare per duplice omicidio premeditato senza aver individuato formalmente un responsabile.

Gli investigatori stanno seguendo più direzioni: la ricerca del veicolo attraverso il quale sarebbe stata somministrata la ricina, la ricostruzione dei pasti consumati durante le festività, l’analisi dei reperti e l’esame delle comunicazioni e dei rapporti personali che potrebbero fornire indicazioni sul movente.

In questo quadro, le ultime indiscrezioni sembrano ridimensionare due piste che avevano alimentato particolare attenzione pubblica, soprattutto quella relativa ad Alice, coinvolta suo malgrado in supposizioni nate dopo il controllo del telefono.

Il dato centrale, però, non cambia: a dieci mesi dalla morte di Antonella e Sara, gli investigatori non hanno ancora chiarito chi abbia somministrato la ricina, attraverso quale mezzo e per quale motivo.

Le risposte più importanti potrebbero arrivare dagli accertamenti scientifici attesi dalla Germania e dall’esame dei dispositivi elettronici. Fino ad allora, il fascicolo resta contro ignoti e ogni ipotesi dovrà essere sostenuta da elementi verificabili, senza trasformare semplici relazioni personali o attività di controllo in accuse nei confronti di persone per le quali non risultano responsabilità accertate.