«Un mix di cose, rabbia, dolore». Dieci mesi dopo la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, la famiglia continua a cercare risposte al mistero dell’avvelenamento da ricina che ha sconvolto Pietracatella, in provincia di Campobasso, durante le festività natalizie del 2025. A raccontare il clima che si respira tra i parenti delle vittime è Giovanna, cognata di Antonella, che durante un’intervista a Dentro la notizia torna su un particolare apparentemente insignificante della vigilia di Natale: i gusci delle cozze che la famiglia avrebbe gettato nei campi.
Un ricordo che assume un significato diverso alla luce dei nuovi approfondimenti investigativi. Intanto gli inquirenti esaminano i dispositivi elettronici acquisiti negli studi di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, e approfondiscono la figura di una donna che avrebbe avuto con lui un rapporto particolare.
Ricina a Pietracatella, la cognata Giovanna: «Rabbia e dolore»
Il tempo trascorso non ha attenuato il dolore della famiglia. Giovanna descrive con poche parole lo stato d’animo dei parenti di Antonella e Sara: «Un mix di cose, rabbia, dolore».
La morte delle due donne, avvenuta nel dicembre 2025, ha lasciato una serie di interrogativi ancora senza risposta. Gli investigatori cercano di ricostruire come la ricina sia entrata in contatto con le vittime e attraverso quale modalità abbia provocato l’avvelenamento.
In questo quadro, anche dettagli della vita quotidiana che inizialmente non avevano attirato particolare attenzione tornano al centro degli accertamenti. È il caso di un episodio che Giovanna ricorda con precisione e che riguarda proprio la vigilia di Natale.
Il mistero dei gusci delle cozze gettati nei campi
Giovanna riporta la memoria al 24 dicembre 2025, quando Antonella avrebbe rivolto al padre Salvatore una battuta sul modo in cui la famiglia aveva smaltito i gusci delle cozze.
«Non dovevamo buttarle così nei campi. Di solito, di regola, i gusci delle cozze vanno buttati nel differenziato. Invece noi buttavamo tutto nell’umido», racconta la cognata.
Un particolare che, nel contesto dell’inchiesta, potrebbe assumere un interesse investigativo. Secondo quanto emerge dal racconto televisivo, infatti, gli inquirenti starebbero approfondendo proprio la questione delle cozze e dei relativi gusci.
Giovanna, tuttavia, non ritiene che quel cibo abbia necessariamente un ruolo nell’avvelenamento di Antonella e Sara. Di fronte all’attenzione degli investigatori per questo episodio, ammette però di non conoscere tutti gli elementi che la magistratura ha raccolto.
«Evidentemente loro hanno qualcosa che noi non sappiamo», osserva.
Il riferimento ai gusci apre diversi interrogativi, a partire dalla possibilità che gli investigatori vogliano ricostruire il percorso degli alimenti consumati durante le festività. Non emergono, però, conferme che colleghino direttamente le cozze alla presenza della ricina o alla morte delle due donne.
L’ombra di una donna vicina a Gianni Di Vita
Un altro filone che gli investigatori starebbero approfondendo riguarda la vita privata di Gianni Di Vita, il commercialista marito di Antonella e padre di Sara.
Al centro dell’attenzione ci sarebbe una donna che avrebbe intrattenuto con lui un rapporto particolare. La natura di questo legame non emerge con chiarezza dalle informazioni diffuse, ma la sua figura avrebbe attirato l’interesse degli inquirenti.
Durante l’intervista, Giovanna preferisce non commentare le indiscrezioni su questa presunta relazione.
«Su questo non mi esprimo perché non so e non mi va di parlare di questa cosa», dichiara.
La cognata delle vittime evita quindi di alimentare ipotesi sulla vita privata del commercialista, mantenendo una posizione di prudenza su circostanze delle quali afferma di non avere conoscenza diretta.
L’eventuale esistenza di una relazione extraconiugale, peraltro, non dimostrerebbe alcun collegamento con l’avvelenamento. Spetta agli investigatori verificare se i rapporti personali emersi durante gli accertamenti abbiano una qualche rilevanza per la ricostruzione dei fatti.
Computer e dispositivi elettronici, gli investigatori cercano nuove risposte
Parallelamente agli approfondimenti sulle relazioni personali, proseguono gli accertamenti informatici sui dispositivi che gli investigatori hanno acquisito nell’ambito dell’inchiesta.
L’attenzione riguarda anche i computer e il tablet provenienti dallo studio professionale di Gianni Di Vita a Campobasso. Gli specialisti stanno lavorando sul materiale elettronico per ricostruire eventuali comunicazioni, documenti e altre informazioni utili alle indagini.
Le attività tecniche si inseriscono nel più ampio esame dei dispositivi che gli agenti hanno sequestrato nell’abitazione e negli uffici del commercialista. Nei giorni scorsi, gli investigatori hanno dedicato circa venti ore all’estrazione dei dati e alla realizzazione delle copie forensi di un computer portatile, tre hard disk, due chiavette USB e un telefono cellulare.
L’analisi dei contenuti rappresenta un passaggio distinto dalla semplice acquisizione dei dati e potrebbe richiedere ulteriori approfondimenti.
Alice Di Vita e il tecnico di laboratorio fuori dal centro delle indagini
Secondo le ultime informazioni diffuse, gli investigatori avrebbero ridimensionato l’attenzione nei confronti di Alice Di Vita, sorella di Sara, e del tecnico di laboratorio marito di una professoressa amica d’infanzia di Gianni Di Vita.
Le due figure non occuperebbero più una posizione centrale negli approfondimenti investigativi, mentre l’attenzione si concentrerebbe su altri elementi, tra cui i rapporti personali del commercialista e il materiale informatico acquisito.
Non emergono tuttavia provvedimenti ufficiali che consentano di considerare definitivamente chiusa ogni verifica sulle persone che gli investigatori hanno esaminato nel corso dell’inchiesta.
Restano aperti soprattutto gli interrogativi sulla modalità dell’avvelenamento e sulla provenienza della ricina. Il ricordo di Giovanna sui gusci delle cozze aggiunge un particolare alla ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Antonella e Sara, mentre le sue parole restituiscono il sentimento di una famiglia che, a dieci mesi dalla tragedia, continua a convivere con la rabbia e con il dolore.







