Le elezioni di metà mandato rappresentano da sempre uno degli esami più difficili per un presidente americano. Spesso segnano una battuta d’arresto per l’amministrazione in carica e possono cambiare gli equilibri del Congresso.
Donald Trump conosce bene questa dinamica. Alle prese con sondaggi sfavorevoli, il presidente cerca di convincere l’elettorato repubblicano a votare, come se il suo nome comparisse sulla scheda.
«Il presidente perde sempre le elezioni di midterm, qualsiasi sia la ragione. Chiunque sia, repubblicano, democratico, grande o pessimo che sia, per qualche ragione», ha ammesso lo stesso tycoon.
Per mobilitare una base che non sembra del tutto soddisfatta del suo operato, Trump ha persino promesso un assegno da 5mila dollari a ogni cittadino americano adulto, nel caso in cui il partito repubblicano mantenga il controllo di Camera e Senato. La proposta comporterebbe una spesa miliardaria, ma non dispone ancora di un piano di finanziamento definito.
I numeri storici spiegano le preoccupazioni del presidente. Dalla Seconda guerra mondiale, in 18 delle 20 elezioni di metà mandato il partito della Casa Bianca ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti.
Le origini delle elezioni di midterm
Le midterm, oggi considerate quasi una mission impossible per chi governa, hanno una storia lunga oltre due secoli. Le prime si svolsero tra il 1790 e il 1791, durante la presidenza di George Washington, quando gli Stati Uniti erano ancora una giovane repubblica e non esistevano i due grandi partiti che dominano oggi la scena politica.
Il Congresso si divideva soprattutto tra sostenitori e oppositori dell’amministrazione Washington. I primi riuscirono a conservare il controllo di entrambe le Camere.
La prima grande sfida tra Repubblicani e Democratici arrivò nel 1858, sotto la presidenza del democratico James Buchanan. Il Gop, nato appena quattro anni prima e rappresentato sulle schede elettorali dall’aquila, conquistò più seggi dei Democratici, senza però raggiungere la maggioranza assoluta alla Camera. L’elefante, simbolo del partito ancora oggi, sarebbe arrivato soltanto nel 1874.
Nell’era moderna, il bilancio per i presidenti è particolarmente severo. Dal 1934 al 2022, il partito della Casa Bianca ha guadagnato seggi alla Camera soltanto tre volte su 23: nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002 con George W. Bush.
La rivoluzione repubblicana del 1994
Negli ultimi decenni, le elezioni del 1990 segnarono una prima battuta d’arresto per George H.W. Bush. I Repubblicani persero otto seggi alla Camera e uno al Senato, in un clima di crescenti difficoltà economiche.
Quattro anni dopo arrivò una delle sconfitte più pesanti della storia recente. A metà del primo mandato di Bill Clinton, i Democratici persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato, consegnando ai Repubblicani il controllo di entrambi i rami del Congresso.
La cosiddetta rivoluzione repubblicana, guidata da Newt Gingrich e dal suo programma Contract with America, pose fine a quarant’anni di predominio democratico alla Camera.
A pesare furono soprattutto le difficoltà incontrate da Clinton sulla riforma sanitaria e la ritrovata mobilitazione dell’elettorato conservatore. La sconfitta, sorprendente anche per le sue dimensioni, costrinse il 42esimo presidente a rivedere profondamente la propria strategia politica.
Clinton e Bush, le eccezioni alla regola delle midterm
Clinton riuscì a ribaltare la situazione nel 1998, diventando protagonista di una delle rare vittorie del partito di un presidente in carica. Nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e la procedura di impeachment promossa dai Repubblicani, i Democratici conquistarono quattro seggi alla Camera e mantennero le proprie posizioni al Senato.
A favorirli contribuirono la solidità dell’economia americana e la crescente insofferenza di una parte dell’elettorato verso l’offensiva repubblicana contro il presidente.
Un risultato ancora più favorevole arrivò nel 2002. Sull’onda della mobilitazione patriottica seguita agli attentati dell’11 settembre, George W. Bush vide i Repubblicani guadagnare otto seggi alla Camera e due al Senato, riconquistando il controllo di quest’ultimo.
Fu l’ultima volta che il partito di un presidente in carica riuscì a conquistare seggi in entrambe le Camere durante le midterm.
Quattro anni dopo, nel 2006, lo scenario cambiò radicalmente. Il malcontento per la guerra in Iraq, la gestione dell’uragano Katrina e gli scandali politici costarono ai Repubblicani 30 seggi alla Camera e sei al Senato. I Democratici ripresero così il controllo del Congresso.
Bush riconobbe la sconfitta senza troppi giri di parole, ammettendo di aver preso una «bella batosta», utilizzando il termine inglese thumping.
Obama e la crisi del sesto anno
Ancora più pesante fu il verdetto delle urne per Barack Obama nel 2010, appena due anni dopo la sua storica elezione alla Casa Bianca.
Nel pieno delle difficoltà economiche successive alla Grande Recessione, il presidente dovette affrontare la mobilitazione conservatrice del movimento Tea Party contro la riforma sanitaria fortemente voluta dalla sua amministrazione, l’Obamacare.
I Democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato. Obama definì il risultato una «legnata», utilizzando il termine shellacking. La sconfitta consegnò la Camera al Gop.
Nel 2014 il presidente subì un’altra battuta d’arresto. Il suo partito perse 13 seggi alla Camera e nove al Senato, lasciando ai Repubblicani il controllo di entrambi i rami del Congresso.
Il risultato confermò il cosiddetto six-year itch, la «crisi del sesto anno», secondo cui gli elettori tendono storicamente a punire il partito presidenziale a metà del secondo mandato.
Trump e Biden, due risultati diversi
Neppure Donald Trump riuscì a sottrarsi alla regola durante il suo primo mandato. Nel 2018 i Democratici conquistarono 41 seggi alla Camera, strappandone il controllo ai Repubblicani grazie soprattutto alla mobilitazione dell’elettorato contrario al presidente e al sostegno raccolto nei collegi suburbani.
Il Gop riuscì tuttavia a guadagnare due seggi al Senato, approfittando di una mappa elettorale favorevole.
Trump parlò comunque di un «enorme successo», rivendicando il risultato ottenuto al Senato nonostante la perdita della Camera.
Quattro anni dopo, nel 2022, anche Joe Biden riuscì sorprendentemente a limitare i danni. Nonostante l’inflazione elevata, i bassi indici di gradimento e lo spettro di una possibile ondata repubblicana, i Democratici persero soltanto nove seggi alla Camera e ne conquistarono uno al Senato, mantenendo il controllo di quest’ultimo.
A favorirli contribuirono la mobilitazione dell’elettorato dopo la sentenza della Corte Suprema che aveva cancellato la tutela costituzionale del diritto all’aborto e le preoccupazioni suscitate dai candidati repubblicani che contestavano la legittimità delle elezioni del 2020.
Truman e Johnson, il peso delle midterm
«Fare il presidente è come cavalcare una tigre. Devi continuare a cavalcarla o finisci divorato. E nelle midterm, il pubblico sembra sempre pronto a dare una bastonata al cavaliere». Harry Truman commentò così, nel 1946, la sua pesante sconfitta elettorale, sullo sfondo delle difficoltà del dopoguerra.
Ancora più caustico fu Lyndon B. Johnson. Nel 1966, appena due anni dopo il trionfo alle presidenziali, il presidente vide i Democratici perdere terreno al Congresso, penalizzati anche dal crescente malcontento per la guerra in Vietnam.
«Un giorno ti portano in trionfo sulle spalle, e il giorno dopo ti usano come bersaglio per il tiro al bersaglio. Nelle midterm, la gente non vota per quello che hai fatto ieri, ma per la rabbia che prova oggi».
Parole che raccontano una dinamica ancora attuale: nelle elezioni di metà mandato, gli elettori giudicano il presidente non soltanto per i risultati ottenuti, ma anche per le difficoltà che vivono nel presente. Una regola che Donald Trump conosce bene e che, ancora una volta, potrebbe mettere alla prova il controllo repubblicano del Congresso.







