Israele, stallo politico dopo il voto: Eisenkot cerca una maggioranza, ma cresce il rischio di un nuovo attacco contro l’Iran

Netanyahu

A cinque giorni dall’avvio delle consultazioni, Israele resta senza una soluzione chiara allo stallo politico seguito alle elezioni di martedì scorso. Nonostante la rinnovata disponibilità dei partiti arabi a sostenere dall’esterno Gadi Eisenkot, i numeri in Parlamento non bastano ancora a garantire la formazione di un nuovo governo.

Sul quadro politico pesa anche un’altra incognita: la possibilità, sempre più concreta, di una nuova operazione militare israeliana contro l’Iran, questa volta al fianco di Donald Trump, subito dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, previste per oggi.

Trattative e offerte per conquistare i seggi decisivi in Israele

Secondo i media israeliani, sono in corso contatti tra le diverse forze politiche, con proposte di incarichi istituzionali rivolte ai parlamentari che potrebbero risultare decisivi per la formazione di una maggioranza.

Tra questi c’è Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, che ha conquistato sei seggi. Lo stesso Liberman ha raccontato di aver ricevuto diverse telefonate con la proposta di diventare presidente della Knesset.

L’opposizione punta infatti a sostituire l’attuale presidente del Parlamento, Amir Ohana, quando i nuovi deputati si insedieranno il prossimo 10 novembre.

Telefonate e offerte sarebbero arrivate anche ad alcuni neoeletti di Yashar, il partito guidato da Eisenkot. L’obiettivo del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, è sottrarre all’opposizione un numero sufficiente di parlamentari per costruire una maggioranza in grado di sostenere il governo.

I numeri che bloccano la formazione del governo

Il risultato elettorale ha consegnato una Knesset divisa, senza una maggioranza politica chiaramente definita.

Il blocco guidato dal Likud del premier Benjamin Netanyahu ha ottenuto 53 seggi sui 120 complessivi. Il fronte contrario all’attuale governo può invece contare su 67 deputati, un risultato che gli ha permesso di rivendicare la vittoria elettorale, ma non di disporre automaticamente dei numeri necessari per governare.

La coalizione sionista guidata da Gadi Eisenkot ha conquistato 48 seggi, mentre gli altri 19 sono andati ai partiti arabi.

Proprio il sostegno di questi ultimi potrebbe rappresentare la chiave per superare lo stallo, anche se l’ipotesi di una maggioranza condivisa con le forze arabe continua a incontrare ostacoli politici.

L’apertura dei partiti arabi

Un segnale di apertura è arrivato da Ahmad Tibi, numero due della Lista comune araba, che ha confermato la disponibilità del suo partito a mettere a disposizione degli anti-Netanyahu gli 11 voti parlamentari, senza però entrare direttamente nell’esecutivo.

Tibi ha incontrato Yair Golan, leader dei Democratici, insieme a Yousef Jabareen, alla guida della lista.

Secondo quanto riferito dalla stampa israeliana, i tre hanno concordato di avviare un confronto sulle possibili forme di collaborazione.

Un sostegno esterno che potrebbe rivelarsi decisivo, ma che da solo non risolve tutte le difficoltà nella costruzione di una maggioranza stabile.

Le condizioni di Eisenkot per un governo di unità in Israele

Gadi Eisenkot continua a puntare sulla formazione di un «ampio governo sionista», ribadendo che tutte le forze politiche possono essere considerate potenziali alleate, purché accettino quattro condizioni ritenute imprescindibili.

Tra queste figurano il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica.

L’ex generale ha già incontrato Avigdor Liberman e Yair Lapid, che insieme a Naftali Bennett guida la formazione Insieme, forte di 12 seggi.

L’obiettivo politico: impedire il ritorno di Netanyahu

Al di là delle trattative, Eisenkot ha chiarito quale sia la priorità della sua iniziativa politica: impedire che Benjamin Netanyahu torni alla guida del governo.

«La maggioranza dei cittadini israeliani, con un margine di oltre mezzo milione di voti, ha votato contro il governo del 7 ottobre e a favore del cambiamento», ha dichiarato.

Una posizione che conferma la volontà del leader di Yashar di costruire un’alternativa politica all’attuale esecutivo, anche attraverso accordi parlamentari con forze diverse tra loro.

Consultazioni al via, mentre cresce il rischio di una nuova guerra

Il primo ciclo di consultazioni prenderà il via domani. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha invitato tutte le forze politiche a presentarsi «con mente aperta», lasciando spazio alla possibilità di accordi finora difficili da immaginare.

Il primo incarico per la formazione del nuovo governo potrebbe arrivare già alla fine della settimana o all’inizio della prossima.

Ma mentre i partiti cercano una via d’uscita dallo stallo, sullo sfondo si profila un’altra possibile crisi. Israele potrebbe infatti ritrovarsi presto coinvolto in un nuovo confronto militare con l’Iran, in uno scenario che rischia di intrecciare ulteriormente la crisi politica interna con gli equilibri internazionali.