Non erano ubriachi. Non avevano assunto droga. Erano lucidi, sani, in grado di reagire. È da questo dato che riparte l’inchiesta italiana sulla strage di Crans-Montana, l’incendio divampato nella notte di Capodanno all’interno del locale Le Constellation, dove morirono 41 giovani e altri 115 rimasero feriti. Tra le vittime c’erano anche sei ragazzi italiani.
Le autopsie disposte dalla Procura di Roma hanno escluso la presenza di alcol o stupefacenti nei loro corpi e hanno confermato che la morte fu causata dal rogo, dalle ustioni e dall’inalazione di monossido di carbonio. Un elemento che per le famiglie pesa moltissimo, perché rafforza una domanda terribile: se quei ragazzi erano in condizioni di scappare, perché sono rimasti intrappolati?
L’autopsia e la domanda sulle uscite sbarrate
Il primo punto fermo dell’inchiesta è proprio l’esito degli accertamenti medico-legali. I sei italiani morti nel rogo non erano alterati da alcol o droga. Non erano storditi, non erano incapaci di muoversi, non erano nelle condizioni di chi non può capire il pericolo. Secondo questa ricostruzione, avrebbero potuto tentare la fuga dal locale. È qui che l’indagine cambia prospettiva e si concentra sulla struttura del Le Constellation, sulle vie di fuga, sulle uscite di emergenza e sulla gestione dell’evacuazione.
Gli inquirenti vogliono capire se quei percorsi fossero realmente accessibili, se fossero indicati in modo chiaro, se qualcuno abbia coordinato i soccorsi e se siano stati utilizzati estintori nei primi minuti dell’incendio. Secondo quanto emerso, le fiamme si sarebbero propagate molto rapidamente anche per l’assenza di materiali ignifughi. Un dettaglio che potrebbe aprire un fronte di responsabilità non solo penale, ma anche amministrativa, legato ai controlli, alle autorizzazioni e alla sicurezza del locale.
Il fascicolo della Procura di Roma
A Roma i pm Stefano Opilio e Giovanni Conzo hanno aperto un fascicolo per disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime aggravate dalla violazione delle norme antinfortunistiche. Nel registro degli indagati sono finiti Jessica e Jacques Moretti, gestori del Le Constellation. Gli investigatori italiani hanno già acquisito testimonianze, analizzato i cellulari delle vittime e avviato una collaborazione giudiziaria con la Svizzera per ottenere gli atti dell’indagine.
A Sion è stato ascoltato anche Nicolas Féraud, sindaco di Crans-Montana. L’obiettivo è ricostruire ogni passaggio della notte di Capodanno: l’origine del rogo, la velocità con cui le fiamme si sono diffuse, il comportamento del personale, la risposta dei soccorritori e l’effettiva praticabilità delle uscite di emergenza. Perché la domanda centrale resta sempre la stessa: quei ragazzi potevano salvarsi?
Le famiglie chiedono giustizia
I familiari dei sei italiani hanno incontrato i magistrati a piazzale Clodio. Un incontro investigativo, ma anche umano, chiesto per conoscere lo stato dell’inchiesta e per capire chi sta lavorando alla ricostruzione delle responsabilità. Le famiglie valutano anche la nascita di un’associazione delle vittime e chiedono una modifica della legge italiana.
Oggi, infatti, una persona accusata di un reato commesso all’estero contro cittadini italiani può essere processata in Italia soltanto se si trova sul territorio nazionale. Un limite che, secondo i parenti delle vittime, rischia di lasciare i cittadini italiani esposti alle lentezze o alle insufficienze degli ordinamenti stranieri. Per loro, la strage di Crans-Montana non può restare soltanto un fascicolo internazionale complicato. Deve diventare un caso di giustizia piena.







