L’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran è arrivato come uno squarcio improvviso dopo mesi di guerra. Una tregua che, nelle intenzioni di Washington e Teheran, dovrebbe chiudere il conflitto iniziato il 28 febbraio. Per Donald Trump, che proprio in queste ore compie ottant’anni, la notizia assume i contorni di un successo personale: la pace con la Repubblica islamica, la riapertura dello Stretto di Hormuz, la promessa di un silenzio definitivo delle armi in Iran e in Libano.
La firma il 19 giugno
La firma ufficiale è fissata per il 19 giugno in Svizzera, ma la narrazione americana parla già di effetti immediati. Eppure, dietro l’entusiasmo, resta un’incognita che nessuno può ignorare. Tutto reggerà solo se Benjamin Netanyahu deciderà di non muoversi da solo, di non forzare la mano proprio mentre Washington si presenta come garante del nuovo equilibrio. È il punto fragile dell’intera architettura diplomatica.
La prima voce a rompere il silenzio è stata quella del premier pakistano Shehbaz Sharif, mediatore instancabile di questa crisi. Alle 23.15, in un messaggio su X, ha annunciato che dopo colloqui intensi le due parti avevano accettato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese.
Trump ha parlato di un “accordo completo”
Pochi minuti dopo, come in un passaggio di testimone, è arrivato il messaggio di Trump su Truth Social. Il presidente ha parlato di un accordo “completo” e ha ordinato la riapertura gratuita del transito nello Stretto di Hormuz, accompagnata dalla rimozione del blocco navale americano. Il tono era quello delle grandi occasioni: “Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate fluire il petrolio”.
Da Teheran, invece, la conferma è arrivata con un registro più prudente. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha spiegato che il testo dell’intesa sarà reso pubblico solo dopo la firma e che i prossimi sessanta giorni saranno dedicati a una nuova fase negoziale. L’Iran, pur rivendicando una “vittoria sul campo”, ha ribadito che l’accordo non implica fiducia negli Stati Uniti. Ha confermato la fine del blocco navale e ha lasciato filtrare, attraverso l’agenzia Fars, che il coordinamento del traffico nello Stretto sarà affidato a Teheran e Mascate, un dettaglio che racconta molto del nuovo equilibrio che l’Iran vuole costruire.
Trump aveva anticipato i termini dell’accordo in una intervista
Il cuore della trattativa che si aprirà riguarda i nodi più delicati: le sanzioni, il programma nucleare, la ricostruzione economica e il sistema di monitoraggio degli impegni. Trump, in un’intervista al Wall Street Journal, aveva già anticipato alcuni punti: nessun trasferimento diretto di fondi all’Iran, solo un possibile alleggerimento delle sanzioni; nessuna possibilità per Teheran di dotarsi dell’arma nucleare; tempi più lunghi per affrontare la questione delle scorte di uranio. Ha anche precisato che il cambio di regime non è mai stato un obiettivo della sua amministrazione, un chiarimento che definisce il perimetro dell’intesa e ne delimita le ambizioni.







