Trentamila euro di finanziamento pubblico per raccontare la storia di Totò Cuffaro, dai vertici della politica siciliana agli anni trascorsi in carcere, fino al ritorno sulla scena pubblica. Il documentario Totò che visse tre volte, diretto da Aurelio Grimaldi, riaccende il dibattito sulle scelte della Film Commission siciliana e sui limiti di una ricostruzione che lascia fuori le più recenti vicende giudiziarie dell’ex governatore.
Cuffaro, dalla presidenza della Regione al carcere
Il documentario racconta tre momenti della vita di Cuffaro: gli anni alla guida della Regione siciliana, la detenzione dopo la condanna a sette anni per favoreggiamento alla mafia e il ritorno sulla scena politica dopo la scarcerazione, con la Dc e le piazze tornate a riempirsi per i suoi comizi. «Ma manca la quarta vita e mi sento in colpa», ammette Grimaldi, consapevole che la storia dell’ex governatore non si esaurisce nelle vicende raccontate sullo schermo.
La quarta fase coincide con il nuovo capitolo giudiziario. Nel dicembre scorso, Cuffaro è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta per corruzione. Le intercettazioni dei carabinieri del Ros, disposte dalla Procura di Palermo, hanno fatto emergere presunti meccanismi clientelari legati al condizionamento di concorsi e nomine. A maggio, l’ex presidente ha patteggiato una condanna a tre anni da scontare attraverso l’affidamento ai servizi sociali.
Questi sviluppi, però, non compaiono nel documentario finanziato dalla Regione siciliana. «Magari, quando Cuffaro finirà di scontare anche questa condanna, aggiornerò il documentario con la sua quarta vita», spiega il regista.
L’intervista a Cuffaro mentre l’inchiesta andava avanti
Il documentario è già al centro delle polemiche perché la lunga intervista a Cuffaro, che costituisce l’ossatura del film, risale al periodo in cui gli investigatori intercettavano l’ex governatore nell’ambito delle nuove indagini.
Resta inoltre irrisolto un interrogativo legato a una vicenda giudiziaria precedente: l’identità della persona che, secondo quanto ipotizzato, avrebbe avvertito Cuffaro dell’inchiesta palermitana nel 2003. Un dettaglio che continua ad alimentare le domande sulla rete di rapporti e sulle informazioni circolate attorno all’ex presidente.
Grimaldi, tuttavia, chiarisce di non aver voluto realizzare un’inchiesta giudiziaria. «Io non sono un giornalista d’assalto», afferma. «Non ho fatto domande sul processo che ha portato alla condanna per favoreggiamento. Io indago l’uomo che ha vissuto l’esperienza drammatica del carcere».
Le raccomandazioni e il passato politico
Il regista rivendica la propria autonomia e ricorda di aver già affrontato pubblicamente il tema delle raccomandazioni durante la prima stagione politica di Cuffaro. Racconta di aver denunciato la questione nel corso di una puntata del Maurizio Costanzo Show e, successivamente, in Procura. Secondo Grimaldi, l’allora presidente avrebbe reagito minacciando di querelarlo.
Nel documentario, Cuffaro ammette che in passato portava sempre con sé una cartella contenente raccomandazioni. Un tema che torna al centro delle vicende giudiziarie più recenti, legate anche a presunti favoritismi nell’ambito di un concorso pubblico.
Tra gli episodi emersi dalle intercettazioni figura una frase che Cuffaro avrebbe rivolto a un maresciallo dei carabinieri durante una perquisizione domiciliare: «Ho fatto una minchiata». Secondo la ricostruzione investigativa, si riferiva a questionari che sarebbero stati consegnati in anticipo per favorire alcuni candidati. La scena, che restituisce il peso delle conversazioni raccolte dagli investigatori, non trova spazio nel film di Grimaldi.
Le polemiche sul festival di Taormina
Il regista sostiene inoltre che il film sia stato bloccato da Fratelli d’Italia al festival di Taormina. Nel ricostruire quanto accaduto, riferisce che Cuffaro non si sarebbe stupito delle difficoltà incontrate dal progetto.
«Mi ha detto che questa è ordinaria lotta politica», racconta Grimaldi, riferendosi alla conversazione avuta con l’ex governatore dopo avergli riferito le voci raccolte. Secondo quanto riferito dal regista, qualcuno avrebbe temuto che il documentario potesse favorire una futura campagna elettorale di Cuffaro per la presidenza della Regione, anche alla luce della sua vicinanza al governatore Renato Schifani.
Si tratta di valutazioni e ricostruzioni attribuite a Grimaldi, che non esauriscono le ragioni delle polemiche attorno al progetto.







