Prima dei video di risse, dei raduni organizzati sui social e delle polemiche sui ragazzi di seconda generazione, i maranza abitavano già le canzoni di Jovanotti. Era il 1988 e il futuro cantautore, allora simbolo della musica dance italiana, utilizzava quella parola per descrivere un ambiente popolato da giovani eccentrici, fissati con le moto e i vestiti americani. Quasi quarant’anni dopo, lo stesso termine è diventato una delle etichette più utilizzate per raccontare le tensioni nelle periferie e gli episodi di violenza giovanile, come quelli che hanno riportato Milano al centro delle cronache.
La prima attestazione documentata dalla Treccani risale proprio al brano «Il capo della banda», contenuto nell’album La mia moto. Jovanotti si presentava come parte di un mondo di «matti, di maranza e di malati di mente», associando il termine a una cultura giovanile fatta di musica, abbigliamento e atteggiamenti sopra le righe. Nessun riferimento specifico all’immigrazione, dunque. Il maranza degli anni Ottanta era soprattutto una variante del tamarro: un ragazzo rumoroso, appariscente, poco raffinato nei modi e nell’abbigliamento.
Da Jovanotti alla Crusca: cosa significa davvero maranza
L’origine della parola rimane discussa anche tra i linguisti. Secondo la ricostruzione dell’Accademia della Crusca, una possibile radice è il termine meridionale «maranza», utilizzato per indicare la melanzana.
A questa base potrebbero essersi sovrapposte altre espressioni, tra cui «marakesch» e «marocco», utilizzate in alcune forme di gergo giovanile. L’associazione con il colore scuro della melanzana ha fatto ipotizzare anche una possibile componente razzista nell’evoluzione del vocabolo, senza che questa interpretazione possa essere considerata definitivamente accertata.
Esiste inoltre una curiosità linguistica: in siciliano «maranza» può indicare anche l’arancia, mentre la parola compare come cognome lombardo e come nome di una località dell’Alto Adige.
Che il termine fosse già diffuso alla fine degli anni Ottanta lo conferma anche un episodio del 1989. Il locale milanese Magia Music Meeting organizzò un controfestival di Sanremo, assegnando simbolicamente un «premio carciofo d’oro» alla cantante peggio vestita e un «premio maranza» al personaggio dello spettacolo considerato più cafone.
Come il maranza è diventato il ragazzo di periferia con la trap nelle cuffie
Per oltre trent’anni il termine è rimasto ai margini del linguaggio comune, prima di tornare prepotentemente alla ribalta nell’estate del 2022.
I raduni giovanili organizzati a Riccione, Peschiera del Garda e Desenzano, accompagnati da tensioni e timori di scontri, hanno contribuito a trasformare «maranza» in un fenomeno mediatico nazionale.
Da quel momento la parola ha assunto un significato più riconoscibile, anche se tutt’altro che preciso. Nell’immaginario collettivo indica soprattutto ragazzi molto giovani, spesso provenienti dalle periferie urbane, che adottano un’estetica legata alla trap e alla cultura di strada: tute sportive, capi firmati o contraffatti, cinture vistose, jeans a vita bassa e un linguaggio disseminato di «bro» e «fra».
L’etichetta viene frequentemente associata a giovani italiani di seconda generazione, soprattutto di origine nordafricana. Ma questa identificazione non corrisponde né al significato originario della parola né a una categoria sociologica definita. Non tutti i ragazzi che condividono quel modo di vestire o di parlare partecipano a episodi di violenza, così come non tutti i protagonisti delle cronache riconducibili al fenomeno hanno le stesse origini.
Il passaggio più significativo è proprio questo: una parola nata per prendere in giro il cattivo gusto e l’ostentazione è diventata, nel giro di pochi anni, un’etichetta utilizzata anche per descrivere aggressioni, disordini e problemi di sicurezza.
Milano e il nuovo significato di una vecchia parola
Gli scontri avvenuti a Milano durante la manifestazione del 17 ottobre hanno riportato il termine al centro del dibattito pubblico, caricandolo di significati politici e sociali che non aveva quando Jovanotti lo pronunciava alla fine degli anni Ottanta.
La trasformazione racconta anche il modo in cui cambia il linguaggio: «paninaro», «coatto», «truzzo» e «tamarro» hanno identificato mode, comportamenti e appartenenze generazionali, ma «maranza» ha finito per intrecciarsi con questioni più complesse, dall’integrazione alla marginalità urbana, fino alla sicurezza nelle città.
E così, mentre politici e commentatori discutono del fenomeno come se fosse nato ieri, la parola che oggi accompagna i titoli sulla cronaca milanese era già nel vocabolario musicale italiano del 1988. A pronunciarla per primo, almeno secondo la documentazione lessicografica citata dalla Treccani, fu proprio Jovanotti, quando il maranza era ancora un ragazzo vestito in modo improbabile, più vicino alla caricatura di un tamarro che al protagonista di un caso di ordine pubblico.







