Meloni sfida i magistrati e rifiuta di firmare il miliardo di aumenti: ma i giudici incasseranno comunque e il conto finirà agli italiani

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni ha deciso che non firmerà mai il decreto per riconoscere ai magistrati quasi un miliardo di euro tra arretrati e aumenti di stipendio. Una posizione durissima, destinata ad alimentare lo scontro con le toghe dopo la sconfitta del governo al referendum sulla giustizia. Peccato che il rifiuto della presidente del Consiglio non impedirà allo Stato di pagare: le sentenze del Consiglio di Stato sono esecutive e, se Palazzo Chigi continuerà a opporsi, potrà intervenire un commissario ad acta.

Il conto è già scritto nei documenti ufficiali. Il Documento programmatico di bilancio prevede uno stanziamento di 979 milioni di euro nella prossima legge di bilancio. Soldi che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dovrà trovare mentre cerca risorse per sostenere salari, pensioni e potere d’acquisto delle famiglie.

La battaglia della premier, dunque, rischia di rimanere soprattutto politica: il governo può rifiutarsi di firmare, ma non cancellare con una dichiarazione due decisioni giudiziarie esecutive.

I 100mila euro a magistrato sbandierati dalla destra: cosa c’è davvero nei conti

La maggioranza ha trasformato la vicenda in una campagna contro i presunti privilegi delle toghe, sostenendo che ogni magistrato potrebbe ricevere circa 100mila euro. Una cifra che nasce da una semplice divisione: 979 milioni di spesa complessiva ripartiti sui 10.638 magistrati in servizio nel 2018, anno dal quale decorrono gli effetti delle sentenze. Il risultato è di circa 92mila euro a testa, ma non rappresenta quanto ciascun magistrato incasserà effettivamente.

Innanzitutto, si tratta di una media lorda riferita a un periodo di nove anni, dal 2018 al 2026, alla quale si aggiungono gli effetti degli adeguamenti sulle retribuzioni del 2027. Il totale comprende inoltre maggiori contributi previdenziali e accantonamenti per il trattamento di fine servizio, somme che non finiscono direttamente nelle tasche dei beneficiari.

Sulla componente imponibile incidono poi le imposte, con aliquote che per queste fasce di reddito comportano un prelievo significativo. Gli importi netti potranno variare considerevolmente da magistrato a magistrato, a seconda della carriera, dell’anzianità e della situazione retributiva individuale.

Presentare i 979 milioni come un assegno identico da 100mila euro consegnato a ogni toga significa quindi confondere il costo complessivo per lo Stato con il denaro effettivamente percepito dai singoli.

Perché il Consiglio di Stato ha riconosciuto gli aumenti

All’origine della controversia c’è il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni dei magistrati, collegato all’andamento degli stipendi nel pubblico impiego.

Nel 2021, durante il governo Draghi, un decreto aveva stabilito un aumento del 4,85%, sulla base dei dati Istat relativi al triennio 2018-2021. Il Consiglio di Stato ha però individuato tre errori nel calcolo: l’esclusione di alcune voci retributive, la mancata considerazione di determinate categorie di dipendenti pubblici e l’utilizzo di una media ponderata anziché aritmetica.

Correggendo questi elementi, la percentuale di adeguamento è salita dal 4,85% al 6,22%. Un’ulteriore controversia riguarda il triennio 2022-2024. Anche il decreto adottato dal governo Meloni, costruito seguendo i criteri del precedente provvedimento, è stato bocciato nel 2025 da tre sentenze del Tar del Lazio.

La spesa complessiva deriva dunque da una serie di adeguamenti retributivi contestati e successivamente riconosciuti in sede giudiziaria, non da un aumento discrezionale deciso oggi a favore dei magistrati.

Meloni non firma? Arriva il commissario e lo Stato paga lo stesso

La presidente del Consiglio può scegliere di non sottoscrivere il Dpcm necessario a dare esecuzione alle sentenze. Ma il rifiuto non elimina l’obbligo giuridico di provvedere.

In caso di persistente inadempimento, l’ordinamento prevede la possibilità di ricorrere a un commissario ad acta, incaricato di adottare gli atti necessari al posto dell’amministrazione.

È questo il paradosso politico dell’intera vicenda: Meloni può presentarsi davanti agli elettori come la premier che si oppone agli aumenti delle toghe, mentre il suo stesso governo ha già previsto in bilancio le risorse necessarie a pagarli.

Il conflitto arriva inoltre in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra esecutivo e magistratura, ulteriormente deteriorati dopo il referendum sulla giustizia perso dalla maggioranza.

Un miliardo per le toghe mentre Giorgetti cerca i soldi per stipendi e pensioni

Rimane una questione politica ed economica che nessuna polemica può cancellare: trovare quasi un miliardo di euro per gli adeguamenti retributivi di una categoria professionale già collocata nelle fasce più alte del pubblico impiego, mentre il governo fatica a finanziare misure destinate a lavoratori e pensionati con redditi molto inferiori.

È una contraddizione che può suscitare indignazione, soprattutto tra chi deve affrontare l’aumento dei prezzi con stipendi modesti o pensioni minime poco superiori ai seicento euro.

Ma la responsabilità non può essere attribuita semplicemente ai magistrati che hanno ottenuto ragione in giudizio. Le sentenze hanno riconosciuto errori nei criteri utilizzati dalle amministrazioni per calcolare gli adeguamenti. E tra i provvedimenti contestati figura anche quello adottato dall’attuale governo.

La domanda, semmai, riguarda il funzionamento di un sistema nel quale errori di calcolo protratti per anni possono produrre un conto vicino al miliardo, destinato a ricadere sulle finanze pubbliche.

Meloni ha scelto di trasformare quel conto in uno scontro con la magistratura. Ma mentre la premier annuncia che non firmerà, Giorgetti deve comunque trovare i 979 milioni e inserirli nella prossima manovra. La firma può anche non essere quella di Giorgia Meloni. Il miliardo, invece, uscirà ugualmente dalle casse dello Stato.