Pietracatella, Gianni Di Vita sulla morte di moglie e figlia: «Ci sono cose che non voglio dire». Che cosa nasconde?

Gianni Di Vita

«Ci sono anche cose che non voglio dire, oltre a quelle che non posso dire». È questa la frase di Gianni Di Vita che aggiunge un nuovo interrogativo al mistero di Pietracatella, dove sua moglie e sua figlia sono morte dopo essere state avvelenate con la ricina. Il cinquantacinquenne, che continua a chiedere rispetto per il proprio dolore, ammette di voler mantenere riservati alcuni aspetti della vicenda, senza chiarire se riguardino la sua vita privata oppure informazioni legate alle indagini.

Le parole arrivano mentre gli investigatori cercano di ricostruire chi abbia somministrato il veleno alle due donne e per quale motivo. Di Vita non intende entrare nei dettagli, ma lascia intendere di conoscere circostanze sulle quali preferisce non pronunciarsi pubblicamente.

«Ci sono cose che non posso e non voglio dire»

L’uomo ha spiegato di non voler alimentare il dibattito pubblico sull’inchiesta e di affidarsi completamente al lavoro degli investigatori.

«Non dichiaro nulla, non posso. Non ci sono appelli da fare, io ho fiducia negli inquirenti», ha affermato, prima di aggiungere una domanda rivolta a chi insisteva per ottenere nuove risposte: «Ma secondo voi c’è qualcuno che non vuole la verità?».

Poi la precisazione più significativa: «Ci sono anche cose che non voglio dire oltre a quelle che non posso dire».

Una distinzione che non passa inosservata. Da una parte ci sarebbero informazioni sulle quali Di Vita ritiene di non potersi esprimere, dall’altra aspetti che sceglie personalmente di mantenere privati. Non è però possibile stabilire, sulla base delle sue dichiarazioni, a quali circostanze si riferisca.

Il cinquantacinquenne ha insistito soprattutto sul diritto a vivere il lutto lontano dall’attenzione pubblica: «Mi chiedono se soffro ma il dolore è una cosa personale, non va portato in piazza quindi non posso e non voglio parlare di nulla».

«Non ho mai creduto che volessero uccidermi»

Di Vita ha risposto anche a una delle domande più delicate dell’inchiesta: il veleno potrebbe essere stato destinato a lui anziché alla moglie e alla figlia?

«No. Non ho mai creduto che volessero uccidermi», ha dichiarato, escludendo di essersi mai considerato il possibile bersaglio dell’avvelenamento.

Ha aggiunto di non aver immaginato nemmeno che qualcuno potesse voler uccidere le due donne, morte nei giorni successivi al Natale. Parole pronunciate durante una visita al cimitero di Pietracatella, dove l’uomo si era recato sulle tombe dei familiari.

«Lasciamo fare agli investigatori, sanno molte più cose di quello che immaginiamo», ha osservato, confermando la propria fiducia negli accertamenti in corso.

Le indagini sui computer e le ricerche sulla ricina

Nel frattempo, gli investigatori stanno approfondendo anche le tracce informatiche che potrebbero aiutare a ricostruire la preparazione dell’avvelenamento.

Tra gli accertamenti figurano verifiche sui computer di alcuni istituti scolastici, compreso il liceo classico Pagano di Campobasso, frequentato dalla figlia quindicenne di Di Vita. L’attenzione riguarda soprattutto eventuali ricerche online sulla ricina e la possibilità di individuare chi le abbia effettuate.

Secondo Giovanni D’Alfonso, consulente di Di Vita, risalire all’autore di una ricerca potrebbe essere possibile qualora l’utente avesse effettuato l’accesso al computer utilizzando credenziali personali. Le verifiche richiederebbero comunque tempi tecnici che potrebbero arrivare a un paio di mesi.

Gli investigatori stanno esaminando anche le relazioni e le frequentazioni dell’uomo, nel tentativo di individuare un possibile movente. Si tratta di approfondimenti investigativi che non equivalgono ad attribuire responsabilità alle persone coinvolte negli accertamenti.

Il dolore privato e le domande ancora senza risposta

La posizione di Gianni Di Vita rimane quella di un uomo che ha perso la moglie e la figlia e che rifiuta di trasformare la propria tragedia in un racconto pubblico.

Il suo silenzio, tuttavia, assume un significato particolare nel contesto di un’inchiesta ancora aperta. La frase «ci sono cose che non voglio dire» non costituisce una prova né permette di dedurre che l’uomo stia nascondendo informazioni decisive sull’omicidio. Segna però un confine preciso tra ciò che è disposto a raccontare e ciò che intende tenere per sé.

Che cosa siano quelle cose, Di Vita non lo ha spiegato. E mentre gli investigatori continuano a cercare risposte sulla morte delle due donne, il cinquantacinquenne ribadisce che il suo dolore e alcuni aspetti della sua vita devono restare fuori dalla discussione pubblica.