Elda Calabrese torna al Venezia per l’33° edizione del Festival e lo fa riprendendosi tutto quello che le era stato tolto. Una passerella che sa di performance artistica e che chiude un cerchio aperto un anno fa, quando un imprevisto grottesco la trasformò in un fenomeno globale.
Dal lenzuolo rubato al red carpet
Tutti ricordano il “caso Calabrese” della scorsa edizione, ne parlarono quasi tutti i giornali: la valigia rubata a poche ore dal debutto, il panico e poi l’intuizione geniale. L’artista sfilò avvolta in un lenzuolo dell’hotel, trasformando un furto in un momento di moda concettuale che fece il giro del web.
Quest’anno, la Calabrese ha varcato il Lido indossando la sua stessa arte. L’abito che porta non è firmato da una grande maison, ma dalla sua stessa visione: un vestito-scultura che riproduce integralmente una delle sue opere pittoriche: un manifesto di resistenza creativa.
“Mi hanno rubato i vestiti, non l’identità”
L’artista non usa mezzi termini per spiegare la sua evoluzione. Il messaggio è chiaro: la creatività non è un accessorio intercambiabile, ma l’essenza stessa dell’individuo. “L’anno scorso ho indossato un lenzuolo perché non avevo scelta. Quest’anno indosso la mia arte perché è la mia pelle. Mi hanno rubato la valigia, non la mia identità. E non chiedo scusa a nessuno”, ha dichiarato l’artista tra i flash dei fotografi.
Con il suo abito-quadro, la Calabrese ha dimostrato che, anche quando ti tolgono tutto, se possiedi la tua arte, possiedi il mondo intero. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: Elda non è tornata per essere guardata, è tornata per lasciare una cicatrice indelebile nel panorama estetico di questa edizione attraverso le sue opere d’arte stampate sul tessuto.







