La lettera di Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, diventa occasione per una riflessione sul caso Garlasco, sul dolore delle famiglie coinvolte e soprattutto sul confine sempre più sottile tra cronaca giudiziaria e processo mediatico. A intervenire è Suor Anna Monia Alfieri, cavaliere al Merito della Repubblica ed esperta di politiche scolastiche, che all’Adnkronos ha raccontato di essere rimasta «profondamente colpita» dalle parole della donna.
Un testo che la religiosa definisce «profondo e toccante», soprattutto per il tono scelto dalla madre dell’uomo condannato definitivamente per l’omicidio di Chiara Poggi.
La lettera della madre di Alberto Stasi
«Ho avuto modo di apprezzare grandemente, innanzitutto, il tono della lettera, pacato, rispettoso, per nulla accusatorio o polemico», spiega Alfieri. Un elemento che considera particolarmente significativo perché, sottolinea, nel messaggio «non vengono mosse accuse contro nessuno».
Al centro rimangono invece i dolori che hanno segnato questa storia: quello della famiglia Poggi per l’uccisione di Chiara, quello di Elisabetta Ligabò per la condanna del figlio e quello provocato dalla morte del marito.
Suor Anna Monia Alfieri richiama anche il racconto delle visite in carcere ad Alberto Stasi e la solitudine descritta dalla madre: «Momenti vissuti nel silenzio, nella solitudine, nell’isolamento che si crea quando si percepisce l’imbarazzo degli altri nello stare con te».
Una testimonianza che, secondo la religiosa, dovrebbe essere letta oltre il perimetro del caso giudiziario: «Credo che questa lettera debba essere letta da tutti e che tutti ne debbano trarre un insegnamento, a livello personale e sociale».
Il caso Garlasco e il rischio della gogna mediatica
Il ragionamento si sposta inevitabilmente sulla nuova stagione dell’inchiesta per l’omicidio di Chiara Poggi e sulla gigantesca esposizione mediatica che da mesi accompagna ogni sviluppo delle indagini.
Alfieri invita alla prudenza. «Nel massimo rispetto del lavoro della magistratura, le indagini sono ancora in corso», ricorda, ponendo però una domanda anche al mondo dell’informazione: «Qual è il nostro stile? Trovare a tutti i costi una persona cui addossare la responsabilità di un delitto? Concorrere alla gogna mediatica che assolve e colpevolizza a seconda degli umori dell’opinione pubblica?».
Il riferimento è a un caso che, diciannove anni dopo l’omicidio, continua a produrre contrapposizioni tra colpevolisti e innocentisti. Alberto Stasi resta il condannato definitivo per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia vede Andrea Sempio indagato. Proprio per questo, sostiene Alfieri, occorre distinguere il lavoro degli investigatori e della magistratura dal giudizio dell’opinione pubblica.
«Non è nell’accusa che emerge la verità»
Il passaggio più netto riguarda il modo in cui si costruisce il racconto pubblico di un’indagine ancora aperta. «Non è nell’accusa che emerge la verità, non è nella recriminazione che le vittime della violenza vengono tutelate, non è nella condanna senza appello da parte dell’opinione pubblica che la violenza viene riscattata», afferma la religiosa.
Per Alfieri la lettera di Elisabetta Ligabò rappresenta dunque un modello di comportamento proprio perché, pur provenendo dalla madre di un uomo che ha trascorso anni in carcere proclamandosi innocente, non trasforma il dolore personale in un attacco alla famiglia della vittima.
«La verità dei fatti, la condanna della violenza, il rispetto per le persone possono essere garantite solo se saremo in grado di avere lo stesso atteggiamento della signora Ligabò: dignità, rispetto, vero desiderio della verità».
Le tre madri di Garlasco
È nella conclusione dell’intervento che Alfieri allarga ulteriormente lo sguardo e mette insieme tre figure femminili legate, in maniera completamente diversa, alla vicenda giudiziaria: la madre di Chiara Poggi, la madre di Alberto Stasi e la madre di Andrea Sempio.
«Da tempo dico che il riscatto, se così lo si può chiamare, della vicenda di Garlasco, il fiore che può nascere sulla tomba di Chiara Poggi, può derivare solo dall’unione del dolore di tre donne: la mamma di Chiara, la mamma di Alberto, la mamma di Andrea».
Tre famiglie travolte da una vicenda che continua a interrogare investigatori, magistrati e opinione pubblica quasi vent’anni dopo quel 13 agosto 2007. E un appello che Alfieri rivolge anche a politica, cultura e giornalismo affinché il confronto sul caso non perda il rispetto delle persone coinvolte. Alla madre di Stasi dedica infine le ultime parole: «Carissima signora, grazie per la sua testimonianza di coraggio e di dignità».







