La fuga degli italiani all’estero presenta un conto sempre più salato: 11 miliardi di euro di minore crescita economica soltanto per le partenze registrate nel 2024. È uno dei dati più significativi dello studio realizzato da Teha Group in collaborazione con Philip Morris Italia e presentato al Forum di Cernobbio.
Nell’ultimo anno preso in esame 141 mila persone hanno trasferito la propria residenza fuori dall’Italia. Ma è la composizione di questo esercito di emigrati a rendere il fenomeno particolarmente pesante per il sistema economico nazionale: il 32% è costituito da laureati.
Significa che quasi una persona su tre tra quelle che lasciano il Paese porta con sé un patrimonio di formazione, competenze e professionalità costruito almeno in parte attraverso il sistema italiano.
Nel 2024 sono partiti 141 mila italiani
Il fenomeno non riguarda soltanto la perdita demografica. L’emigrazione qualificata produce conseguenze economiche perché riduce il capitale umano disponibile, proprio mentre le imprese denunciano difficoltà crescenti nel reperire alcune delle professionalità necessarie.
Secondo lo studio presentato a Cernobbio, il costo economico collegato alle partenze del 2024 può essere stimato in 11 miliardi di euro di minore crescita.
Il dato fotografa un problema che si trascina ormai da anni. Nell’ultimo decennio l’Italia avrebbe infatti visto partire oltre 300 mila persone qualificate.
Un’emorragia che rischia di pesare ancora di più considerando l’invecchiamento della popolazione e la necessità di aumentare la produttività del sistema economico.
Entro il 2035 potrebbero partire 760 mila laureati
È soprattutto la proiezione sul prossimo decennio a preoccupare. Secondo la ricerca, senza interventi strutturali entro il 2035 la perdita cumulata potrebbe raggiungere quota 760 mila laureati.
Non si tratta quindi soltanto di quanti italiani decidono di trasferirsi all’estero, ma di chi parte: giovani e professionisti sui quali il Paese ha investito attraverso scuola, università e formazione e che finiscono poi per utilizzare competenze e qualifiche in altri sistemi economici.
Il problema diventa ancora più evidente quando la partenza non viene compensata dal rientro di lavoratori qualificati o dall’arrivo dall’estero di professionalità con caratteristiche analoghe.
Calderone: «Nel 2025 un’inversione di tendenza»
Dal governo arriva però un segnale considerato incoraggiante. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha richiamato i dati Istat relativi al 2025, che indicherebbero una diminuzione del 20% degli italiani trasferiti all’estero per ragioni di lavoro.
Per Calderone sarebbe il segnale di «un’inversione di tendenza». Un dato positivo che dovrà però essere verificato nel tempo, soprattutto alla luce delle dimensioni raggiunte dal fenomeno nell’ultimo decennio.
La questione centrale resta infatti la capacità dell’Italia di offrire ai giovani qualificati stipendi, prospettive professionali e opportunità di carriera sufficientemente competitive rispetto a quelle disponibili negli altri Paesi.
Il capitale umano diventa una questione economica
I numeri presentati a Cernobbio trasformano così quella che per anni è stata raccontata soprattutto come la «fuga dei cervelli» in una questione direttamente economica.
Undici miliardi di minore crescita in un solo anno danno una dimensione concreta al problema. E la prospettiva di arrivare a perdere complessivamente 760 mila laureati entro il 2035 indica quanto possa diventare elevato il prezzo se il trend non verrà invertito.
Il primo segnale positivo indicato dal governo arriva dal calo delle partenze registrato nel 2025. Per capire se rappresenti davvero l’inizio di una svolta o soltanto una battuta d’arresto serviranno però i prossimi anni.







