Meloni entra in modalità “Cattivissima me”: elezioni anticipate, tensioni con gli alleati e guerra interna a FdI. Il piano per arrivare al voto nel 2027

Meloni verso il voto

Giorgia Meloni è entrata in modalità combattimento. Di fronte ai problemi che si stanno accumulando attorno al governo e alla maggioranza, la presidente del Consiglio sembra intenzionata a cambiare passo, serrare i ranghi e prepararsi a una battaglia politica che potrebbe portare alle elezioni già nella primavera del 2027.

Il comizio di Bari per celebrare il record di longevità del suo governo ha avuto, da questo punto di vista, il sapore dell’inizio di una lunga campagna elettorale. Dopo quattro anni nei quali Meloni ha potuto contare su una maggioranza parlamentare solida e su opposizioni incapaci di costruire una vera alternativa, lo scenario è cambiato. Per la prima volta dall’insediamento a Palazzo Chigi la premier deve affrontare contemporaneamente difficoltà economiche e internazionali, tensioni nella coalizione e problemi dentro il suo stesso partito.

Per buona parte della legislatura Meloni ha navigato in condizioni politicamente favorevoli. La debolezza dell’opposizione guidata da Elly Schlein e Giuseppe Conte le ha consentito di attraversare crisi economiche, guerre e tensioni internazionali mantenendo un consenso elevato. La capacità di utilizzare un linguaggio diretto e popolare, continuando a presentarsi come estranea alle liturgie del potere nonostante fosse ormai saldamente alla guida del Paese, ha fatto il resto.

Poi qualcosa si è rotto.

Dal referendum sulla giustizia ai problemi dentro la maggioranza

La vittoria del No al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo ha rappresentato il primo vero segnale politico negativo. Da quel momento si sono sommati il deterioramento dei rapporti con Donald Trump, le difficoltà sulla riforma elettorale, le tensioni con gli alleati e una situazione economica che continua a pesare sulle famiglie, tra caro energia, carburanti sopra i due euro e salari che faticano a recuperare potere d’acquisto.

Ma il problema più immediato per Meloni riguarda proprio la coalizione con la quale dovrebbe presentarsi alle prossime elezioni.

Matteo Salvini attraversa una delle fasi più complicate della sua leadership. Nella Lega cresce il peso della componente settentrionale che contesta la sua linea e il segretario deve fare i conti anche con una conseguenza politica difficilmente reversibile: è stato proprio lui a offrire a Roberto Vannacci il trampolino verso il Parlamento europeo e quella legittimazione politica dalla quale è nato Futuro Nazionale.

Anche Antonio Tajani deve gestire tensioni crescenti dentro Forza Italia. Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno più volte sollecitato un rinnovamento del partito, mentre il vicepremier cerca un equilibrio tra l’eredità politica di Silvio Berlusconi, le diverse anime azzurre e il rapporto privilegiato con Palazzo Chigi.

Il risultato è che Lega e Forza Italia devono ora fare i conti con la crescita di Futuro Nazionale. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, per il centrodestra il problema diventerebbe aritmetico prima ancora che politico: con una nuova legge elettorale e un eventuale premio legato al raggiungimento di una determinata soglia, i voti raccolti dal movimento di Vannacci potrebbero diventare decisivi.

Meloni stringe i ranghi, ma cresce il peso del cerchio ristretto

Meloni ha compreso il rischio e non sembra intenzionata a subirlo. La premier prepara una controffensiva politica e punta a recuperare lo spirito combattivo che ne ha accompagnato l’ascesa. Proprio in questa fase, però, emerge uno dei problemi più delicati nella gestione del potere a Palazzo Chigi: il peso assunto dal gruppo più ristretto dei collaboratori della presidente e la distanza da figure storiche di Fratelli d’Italia come Ignazio La Russa e Guido Crosetto.

La gestione del caso Report rappresenta un esempio significativo.

L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi ha mantenuto in questi anni un rapporto stretto con i vertici meloniani e, secondo le ricostruzioni circolate sulla vicenda, la decisione di togliere la conduzione del programma a Sigfrido Ranucci sarebbe maturata lungo l’asse tra i vertici Rai e Palazzo Chigi.

Qualunque fosse l’obiettivo dell’operazione, il risultato politico rischia di essere opposto. Ranucci ha potuto presentarsi come vittima di un intervento politico, mentre la scelta di Giulia Presutti ha prodotto un effetto inatteso: ricompattare una redazione che negli ultimi mesi aveva mostrato divisioni, rivalità e tensioni interne.

Della decisione non sarebbe stato preventivamente informato neppure il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci. Un altro elemento che alimenta l’impressione di una gestione concentrata nel rapporto tra l’amministratore delegato e il gruppo più vicino alla premier.

La Russa e Crosetto avevano avvertito Meloni sul caso Report

Gli avvertimenti, peraltro, non erano mancati. Ignazio La Russa aveva espresso con il suo consueto linguaggio diretto una posizione chiarissima: «Io ho detto tenetelo Ranucci perché qualunque inchiesta di Report adesso tutti capiranno che è una bufala, che Dio ce lo conservi».

Dietro la battuta c’era un ragionamento politico preciso: allontanare Ranucci avrebbe rischiato di trasformare ogni sua futura inchiesta in una questione politica e di rafforzarne l’immagine presso quella parte dell’opinione pubblica che considera Report un presidio dell’informazione indipendente.

Anche Guido Crosetto ha preso una posizione distante dalla linea prevalente, intervenendo pubblicamente sulla vicenda. «Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate. Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia».

Il ministro della Difesa ha contemporaneamente ribadito il proprio garantismo, contestando i processi celebrati nelle piazze mediatiche anche quando a subirli è chi in passato ha utilizzato strumenti analoghi.

Le parole di Crosetto hanno ricevuto l’apprezzamento dello stesso Ranucci e mostrano ancora una volta sensibilità differenti dentro Fratelli d’Italia. La Russa e Crosetto, cofondatori del partito insieme a Meloni, appartengono a una storia politica e personale diversa rispetto al gruppo romano cresciuto attorno alla destra di Colle Oppio e oggi particolarmente influente a Palazzo Chigi.

La legge elettorale apre un altro fronte dentro Fratelli d’Italia

A complicare ulteriormente il quadro c’è la legge elettorale. Negli ambienti meloniani l’emendamento di Marcello Pera sul ballottaggio sarebbe stato ricondotto politicamente proprio a Ignazio La Russa, circostanza che avrebbe provocato una forte irritazione nella presidente del Consiglio.

La questione va molto oltre gli aspetti tecnici. Il passaggio dello Stabilicum a Palazzo Madama, previsto per il 15 settembre, può diventare decisivo per la strategia con cui Meloni intende affrontare la fine della legislatura.

Nei palazzi romani circola ormai con insistenza una previsione: negli ambienti di Fratelli d’Italia viene considerata concreta la possibilità di arrivare alle elezioni già nella primavera del 2027.

Meloni preferirebbe chiudere la partita prima dell’estate. Salvini e Tajani, al contrario, avrebbero interesse ad aspettare la scadenza naturale dell’autunno, anche nella speranza che qualche mese in più possa rallentare l’ascesa di Vannacci.

La premier sembra però convinta del contrario: aspettare potrebbe significare concedere a Futuro Nazionale il tempo necessario per organizzarsi e consolidare il proprio elettorato.

Mattarella e l’ipotesi dell’Election day

C’è però un passaggio che Palazzo Chigi non può controllare. La decisione sullo scioglimento anticipato delle Camere spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale competono le valutazioni previste dalla Costituzione sulla possibilità di interrompere anticipatamente la legislatura.

Ed è qui che entra in gioco l’ipotesi dell’Election day.

Nel 2027 andranno al voto alcune delle principali città italiane. Accorpare le Politiche alle amministrative consentirebbe di evitare due consultazioni a poche settimane di distanza e di contenere i costi, offrendo contemporaneamente una motivazione istituzionale più forte a un eventuale anticipo delle elezioni nazionali.

Per Meloni, però, proprio qui nasce il problema politico. Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna sono oggi governate dal centrosinistra e votare contemporaneamente potrebbe produrre un effetto di trascinamento difficile da prevedere. Separare le Politiche dalle amministrative consentirebbe invece alla premier di giocare la partita nazionale senza legarla alle sfide locali più complicate per la coalizione.

La lunga campagna elettorale è già cominciata

È questo il terreno sul quale si giocheranno i prossimi mesi. Meloni resta saldamente alla guida del governo e continua a essere il leader più forte del centrodestra, ma il quadro che la circonda è molto meno tranquillo rispetto alla prima parte della legislatura.

Salvini deve difendere la propria leadership, Tajani deve tenere insieme Forza Italia, Vannacci sottrae spazio alla destra di governo e dentro Fratelli d’Italia diventano più visibili le differenze tra il cerchio ristretto di Palazzo Chigi e alcuni dei fondatori del partito.

A tutto questo si aggiungono caro carburanti, inflazione, crisi internazionali e una legge elettorale ancora da portare definitivamente a casa.

La data delle Politiche non è stata ancora fissata e l’ultima parola sull’eventuale scioglimento anticipato spetterà al Quirinale. Ma dopo Bari una cosa appare evidente: la campagna elettorale di Giorgia Meloni per il 2027, politicamente, è già cominciata.