«Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono tornati ai livelli di 20 anni fa e ci sono troppe barriere per commercializzare l’innovazione. Dal 2008 ad oggi circa il 30% dei nostri innovatori più di successo si sono spostati negli Usa. Per rimediare dobbiamo investire ogni anno tra 750-800 milioni, il doppio del Piano Marshall». È uno dei passaggi chiave del rapporto dal titolo “Il futuro della competitività europea” presentato da Mario Draghi nel settembre del 2024. L’economista, ex presidente della Bce ed ex presidente del nostro Consiglio dei ministri, già due anni fa aveva delineato un percorso di rilancio della politica economica europea dettagliandone i passaggi strategici. Pare, però, che sia rimasto tutto, o quasi, lettera morta. Le risorse sono insufficienti. Ma non solo.
Burocrazia normativa vs economia reale
Bruxelles continua a sfornare regolamenti mentre i diretti competitor alleggeriscono i loro carichi normativi e burocratici correndo ad una velocità di molto superiore. Parliamo di Usa e Cina. Le due superpotenze economiche investono centinaia di miliardi all’anno in progetti di innovazione tecnologica ed industriale con particolare interesse verso l’integrazione dell’IA nei processi produttivi. L’Europa, paradossalmente, è tra i maggiori contributori. Big tech da una parte, privati e colossi di Stato dall’altra, compongono un variegato mosaico che spinge la crescita dei due Paesi. La loro corsa frena le velleità di competizione altrui.
La spesa per sostenere la competitività
Impelagata per oltre un anno nella definizione del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, nel suo piano di spesa l’Ue ha messo in conto appena 409 miliardi per la competitività. Circa 580 milioni all’anno. Risorse da destinare, poi, in quote, a ciascun singolo Paese membro. Poco meno di quanto investe in sei mesi una singola Big tech Usa che secondo il New York Times spende circa 750 milioni e ne guadagna altri 250 in capitalizzazioni. Nello specifico, in sette anni l’Ue metterà a disposizione 125,2 miliardi per resilienza e sicurezza, industria della difesa e spazio e 51,4 miliardi per le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Uno squilibrio più che evidente.
Autonomia e sovranità tecnologica e digitale
Pochi giorni fa la Commissione ha presentato due proposte di legge che puntano al rafforzamento della sovranità tecnologica e digitale. La prima è il Chips Act 2.0, che ha l’obiettivo di sviluppare la produzione europea di microprocessori per l’intelligenza artificiale. La seconda è il Cloud and AI Development Act che ha l’obiettivo di triplicare la capacità di calcolo dei data center europei entro cinque-sette anni. Bruxelles vuole che i dati restino in Europa in infrastrutture fisiche realizzate ad hoc e gestite da aziende europee. Pochi giorni fa il colosso giapponese Softbank ha annunciato investimenti per 75 miliardi in 3 anni per l’IA in tre data center nel nord della Francia per 5 Gw di potenza di calcolo.
L’Ue investe pesantemente nell’industria cinese
Bruxelles si prepara dunque ad una sfida epocale contro i colossi dell’economia mondiale. È una sfida per la sopravvivenza dell’industria “di casa”. E potrebbe essere tardi. Perché negli anni l’Europa ha costruito una rete sempre più fitta di rapporti commerciali che sarà difficile troncare in tempi brevi. Nel 2023 lo stock di investimenti dell’Ue in Cina è stato pari a quasi 232 miliardi, mentre nel 2024 gli investimenti esteri diretti dell’Ue hanno raggiunto i 10,1 miliardi. I tre settori più importanti sono l’industria automobilistica, i materiali di base e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Nel 2023 lo stock di investimenti della Cina nell’Ue è stato pari a quasi 65 miliardi di euro, mentre nel 2024 il flusso di investimenti diretti cinesi ha raggiunto i 9,4 miliardi (rispetto ai 5,2 miliardi del 2023). I tre settori più importanti sono l’industria automobilistica, intrattenimento, media e istruzione e prodotti e servizi di consumo.
Autonomia e sovranità finanziaria
Non sarà solo una sfida all’ultimo byte o all’ultima portacontainer. Un altro terreno di confronto delicato è quello relativo alla finanza digitale. Oggi è completamente in mano ad operatori del calibro di Visa e Mastercard. Bruxelles sta lavorando all’euro digitale per consentire agli europei di avere un portafogli interamente domestico. La Bce prevede il suo lancio entro il 2029. Tempi lunghi anche per questo progetto realizzato in ritardo e che punta alla tutela della sovranità economica, oggi dipendente dalle strategie e dalla pervasività dei colossi d’oltre Oceano.







