Electrolux, 1.700 licenziamenti e la rabbia degli operai: la crisi dell’industria italiana ora passa da Porcia

L’Electrolux annuncia 1.700 esuberi in Italia e a Porcia, provincia di Pordenone, la parola che rimbalza tra i cancelli della fabbrica è una sola: carneficina. Non un ridimensionamento qualsiasi, non una normale ristrutturazione aziendale, ma un colpo che rischia di travolgere quasi il 40% dei dipendenti italiani del gruppo svedese. Dentro quei numeri ci sono turni, mutui, famiglie, anni passati alla catena di montaggio e soprattutto una storia industriale che da queste parti non è mai stata soltanto una storia di produzione. Prima di Electrolux c’era Zanussi, e per Pordenone Zanussi non era una fabbrica: era un pezzo di identità.

“Siamo tutti cresciuti con mamma Zanussi”, raccontano i lavoratori guardando le vecchie fotografie in bianco e nero davanti alle linee dello stabilimento. Nel 1984 arrivò l’acquisizione da parte del colosso svedese, poi le crisi, le ristrutturazioni, i contratti di solidarietà, il rischio chiusura del 2014. Ora il film sembra ricominciare, ma con un’aria ancora più pesante. “È come se ti avessero lanciato un sasso contro senza dirti il perché”, dice Sara Curtarelli, 37 anni, magazziniera nello stabilimento friulano.

“Non è un piano industriale, è una carneficina”

A Porcia oggi lavorano circa 1.500 persone. Il timore più forte riguarda la possibile perdita della lavasciuga, considerata dai lavoratori il prodotto a maggior valore aggiunto. Se quella produzione dovesse sparire, il futuro del sito diventerebbe ancora più fragile. Non è un dettaglio tecnico: è la paura concreta che dietro il piano annunciato si nasconda il primo passo verso un ridimensionamento più profondo.

In produzione il 70% degli operai è donna e l’età media si aggira attorno ai 50 anni. Questo rende la prospettiva dei licenziamenti ancora più drammatica. Perdere il lavoro a quell’età, dopo una vita passata in fabbrica, significa spesso trovarsi sospesi in una terra di nessuno: troppo giovani per la pensione, troppo grandi per essere facilmente ricollocati. “Gli impiegati forse devono ancora metabolizzare, ma gli operai hanno capito subito, perché ci erano già passati nel 2014”, spiega Curtarelli.

Stefania Zille lavora lì da trent’anni. Ha visto cambiare nome, proprietà, linee e promesse. “Quando arrivò Electrolux ci furono cambiamenti, ma anche investimenti e innovazione. C’era collaborazione tra azienda e sindacato. Poi le cose hanno iniziato a cambiare quando decisero di spostare gli essiccatori in Polonia. Lì abbiamo capito che qualcosa ci veniva tolto”.

Il caso Porcia e il silenzio della politica industriale

Il punto è che gli investimenti non sono mancati. I sindacati parlano di circa 400 milioni destinati ad ammodernare le linee, di cui quasi 250 milioni per la nuova generazione di frigo da incasso a Susegana dal 2020 in poi. Proprio per questo l’annuncio degli esuberi ha colto molti di sorpresa. “Nel 2014 avemmo Regione e sindaci al nostro fianco. Chiederemo aiuto di nuovo”, dice Andrea Marchetti, in azienda dal 1999 e Rsu della Uilm.

Sua moglie Lucia lavora nello stesso stabilimento. Ha 50 anni, quasi trent’anni in produzione ed è addetta proprio alle lavasciuga. “Se dovessero licenziarmi non saprei dove andare. Abbiamo un figlio e un mutuo da pagare”. In quella frase c’è il senso vero della vertenza: non una guerra astratta tra multinazionale e sindacati, ma il destino concreto di famiglie che hanno costruito la propria vita attorno a una fabbrica.

E qui la domanda politica diventa inevitabile. Davanti a 1.700 esuberi, davanti a un pezzo di industria che rischia di perdere peso, davanti a territori interi nati e cresciuti attorno alla manifattura, il ministro del Made in Italy Adolfo Urso può davvero limitarsi a osservare? Perché il caso Electrolux non è solo una crisi aziendale. È il sintomo di una malattia più grande.

Cassa integrazione, burocrazia e investimenti fermi

Nel 2025 il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 57% rispetto al 2024. Un dato che racconta una debolezza industriale sempre più evidente, soprattutto nei piccoli e medi stabilimenti inseriti in filiere mondiali spesso controllate da grandi gruppi esteri. L’Italia resta uno dei Paesi più industrializzati al mondo, ma continua a scontare ritardi pesanti.

L’economista Mario Deaglio individua tre nodi: burocrazia, rapporto con il sistema bancario e capacità delle imprese familiari di aprirsi a nuovi capitali. Il primo ostacolo è forse il più visibile. Per ottenere tutti i permessi necessari a costruire un nuovo stabilimento in Italia servono in media 12-18 mesi. In altri Paesi, nello stesso tempo, il sito produttivo viene già realizzato.

Poi c’è il mondo bancario, sempre più concentrato sulla finanza e sull’immobiliare e meno vicino all’industria rispetto al passato. Infine ci sono gli imprenditori, spesso legati a una dimensione familiare che ha molti vantaggi, ma che quando l’azienda cresce dovrebbe aprirsi a strategie nuove, capitali esterni e, in alcuni casi, alla Borsa.

Il caso Electrolux, allora, non parla soltanto di Porcia. Parla di un Paese che rischia di perdere pezzi di manifattura mentre altri corrono più veloci. Parla di fabbriche che per decenni hanno creato territori e oggi si trovano a difendere l’esistenza stessa delle proprie linee. E parla di lavoratori che non chiedono miracoli, ma una cosa molto più semplice: capire se l’Italia vuole ancora essere un Paese industriale o se ha deciso di limitarsi a celebrare il Made in Italy mentre le fabbriche chiudono.