Nel 2029 si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e sei mesi. Nel 2031 si dovranno aspettare fino a 67 anni e 8 mesi. Per la pensione anticipata, sempre nel 2029, ci vorranno 43 anni e 4 mesi per gli uomini e 42 anni e 4 mesi per le donne. Nel 2031 scatteranno due mesi in più. Lo dice la previsione del Rapporto 2025 su “Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario” della Ragioneria Generale dello Stato.
Per effetto delle ultime riforme pensionistiche, i requisiti anagrafici necessari per accedere al pensionamento subiranno un costante slittamento in avanti. Parallelamente, la curva del rapporto tra la spesa per pensioni e il Prodotto interno lordo è destinata a crescere per almeno i prossimi quindici anni, spinta dall’uscita dal mercato del lavoro della generazione dei baby boomer.
L’innalzamento dei requisiti: vecchiaia e anticipata dal 2027 al 2031
L’adeguamento automatico dei requisiti di accesso alla speranza di vita delinea un percorso preciso sia per la pensione di vecchiaia sia per la pensione anticipata. Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, il cronoprogramma stimato dalla Ragioneria Generale dello Stato prevede i seguenti step anagrafici. Nel 2027, 67 anni e 1 mese, nel 2028, 67 anni e 3 mesi, nel 2029, 67 anni e 6 mesi e nel 2031, 67 anni e 8 mesi.
Per accedere alla pensione anticipata (indipendentemente dall’età anagrafica), aumenteranno invece i contributi minimi richiesti, mantenendo un anno di sconto per le lavoratrici. Nel 2027, 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini (41 anni e 11 mesi per le donne). Nel 2028, 43 anni e 1 mese per gli uomini (42 anni e 1 mese per le donne). Nel 2029, 43 anni e 4 mesi per gli uomini (42 anni e 4 mesi per le donne). Nel 2031, 43 anni e 6 mesi per gli uomini (42 anni e 6 mesi per le donne).
La dinamica della spesa pensionistica: il picco del 2041 e l’effetto contributivo
L’analisi del rapporto spesa/PIL mostra una traiettoria a due fasi. La prima fase vedrà una crescita sostenuta fino a raggiungere il picco nel 2041 al 17,1% del Pil, livello su cui la spesa si stabilizzerà anche nei due anni successivi (triennio 2041-2043).
La causa principale di questa spinta al rialzo è l’aumento del rapporto tra numero di pensionati e occupati, innescato dalla transizione demografica e dal collocamento a riposo dei baby boomer. Tale pressione sarà solo parzialmente mitigata dall’innalzamento dei requisiti anagrafici e dall’applicazione graduale del sistema di calcolo contributivo.
A partire dal 2045, la tendenza si invertirà e la curva inizierà una discesa progressiva. Nel 2050, il rapporto spesa/Pil scenderà al 16,2% e nel 2070, si attesterà al 14,0% del Pil. Il ridimensionamento nel lungo periodo sarà determinato dall’entrata a pieno regime del sistema contributivo puro, dall’uscita progressiva dei baby boomer dal sistema e dal riassorbimento del rapporto tra pensionati e lavoratori attivi.
La spesa totale per pensioni e sanità
Il report RGS valuta anche l’andamento della spesa complessiva legata all’invecchiamento della popolazione, che somma previdenza, sanità e long-term care (assistenza a lungo termine).
Dopo gli incrementi registrati nei trienni 2008-2010 e 2012-2014, causati dalle contrazioni del Pil dovute alla recessione, la spesa aggregata si era stabilizzata al 22,5% del Pil nel 2018 e al 22,7% nel 2019. Nel 2020, per l’impatto della pandemia da Covid-19 e il parallelo crollo dell’economia, si è verificato un picco al 25,3% del Pil.
Con il recupero del Pil, dice l’analisi di RgS, negli anni successivi, l’incidenza della spesa pubblica per l’invecchiamento si è ridotta di 3,3 punti percentuali, posizionandosi al 22,1% nel 2023. Tuttavia, le stime indicano un nuovo incremento. Nel 2030 la spesa complessiva risalirà al 23,2% del Pil (+0,6% rispetto al 2018 e +1,1% rispetto al 2023). Nel 2044 si toccherà il valore massimo aggregato pari al 25,5% del Pil. Nel 2070 la curva decrescerà fino al 23,0% del Pil, mantenendosi comunque su livelli superiori a quelli del 2018 e del 2023.







