Roberto Vannacci voleva partire all’assalto della politica italiana e invece una delle prime battaglie rischia di doverla combattere per difendere persino il nome del proprio partito. L’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale ha infatti ammesso l’opposizione presentata da Nazione Futura, l’associazione presieduta da Francesco Giubilei, contro la registrazione del marchio “Futuro Nazionale”. Una decisione che non stabilisce affatto che Vannacci abbia torto e non gli impone, almeno per ora, di cambiare nome, ma che apre formalmente il confronto sulla legittimità del marchio scelto per la sua nuova formazione politica.
La vicenda potrebbe sembrare una di quelle beghe per specialisti, fatte di carte bollate, marchi, regolamenti europei e cavilli. Politicamente, però, è molto più interessante. Perché Vannacci ha costruito gran parte della propria comunicazione sull’immagine dell’uomo che avanza, rompe gli schemi, non arretra e costringe gli altri a inseguirlo. Ritrovarsi a dover difendere nome e simbolo appena scelti rappresenta quindi un incidente particolarmente fastidioso proprio sul terreno sul quale il generale ha investito di più: l’identità.
Il problema è tutto in due parole: “Futuro” e “Nazionale”
Nazione Futura aveva presentato l’opposizione già a febbraio, sostenendo che tra la propria denominazione e “Futuro Nazionale” esistesse un rischio di confusione. La contestazione riguarda anche gli elementi grafici dei due segni distintivi e il fatto che entrambe le realtà operino nello stesso spazio politico e culturale della destra italiana. L’associazione sostiene inoltre di poter vantare un diritto anteriore sul proprio nome.
La domanda per il marchio Futuro Nazionale era stata presentata da Vannacci il 24 gennaio e comprendeva il suo utilizzo non soltanto nell’attività politica, ma anche su manifesti, libri, insegne, abbigliamento e materiale destinato alla comunicazione. Il simbolo scelto presenta uno sfondo blu, la denominazione Futuro Nazionale, il nome Vannacci e un elemento tricolore centrale.
Adesso l’EUIPO ha ritenuto ammissibile l’opposizione e si apre il confronto tra le parti. È importante sottolinearlo: ammissibile non significa accolta nel merito. Non esiste ancora una decisione che obblighi Vannacci a rinunciare al marchio. Ma la contestazione ha superato la soglia iniziale e dovrà essere affrontata nel procedimento.
Giubilei e il vicepresidente di Nazione Futura Ferrante De Benedictis hanno immediatamente rivendicato il risultato e sostenuto che Vannacci dovrebbe cambiare il nome del partito. È la posizione dei ricorrenti, non quella dell’EUIPO, e la differenza non è secondaria.
Perché un simbolo in politica vale molto più di un disegno
Vannacci ha minimizzato la vicenda, ma liquidare la questione come una semplice disputa grafica significa sottovalutare il peso che nomi e simboli hanno nella politica italiana. Dentro la cabina elettorale l’elettore non trova trattati ideologici né programmi di cento pagine: trova simboli. Sono il concentrato visivo dell’identità di un partito e servono a renderlo immediatamente riconoscibile.
La storia repubblicana è piena di esempi. Lo scudo crociato della Democrazia Cristiana, la falce e martello del PCI, il garofano socialista, Alberto da Giussano della Lega, la fiamma della destra postmissina fino ai simboli costruiti attorno ai leader nella Seconda Repubblica. Cambiare un marchio politico quando è già entrato nella comunicazione significa intervenire sull’identità che si sta cercando di imprimere nella memoria degli elettori.
Per una formazione appena nata il problema diventa ancora più delicato. Futuro Nazionale non dispone di decenni di storia che permettano al suo nome di sopravvivere facilmente a una trasformazione grafica. Sta costruendo adesso riconoscibilità, strutture territoriali, materiali, comunicazione e associazione immediata tra Vannacci e il suo nuovo contenitore politico.
Per questo la battaglia davanti all’EUIPO non è affatto folclore.
Vannacci voleva costringere gli altri a inseguirlo. Adesso deve difendere il suo marchio
C’è infine un paradosso politico difficile da ignorare. Vannacci ha costruito la propria ascesa sull’immagine del generale che detta il passo, attacca e obbliga amici e avversari a reagire alle sue mosse. Sul nome della sua creatura politica, invece, la situazione si è capovolta: è lui a dover rispondere all’iniziativa altrui.
Naturalmente il procedimento potrà concludersi anche a suo favore. L’ammissibilità dell’opposizione non anticipa il giudizio finale e trasformarla già oggi in una sconfitta sarebbe scorretto. Ma il danno comunicativo potenziale esiste proprio perché la contestazione tocca il cuore del progetto: il nome attraverso il quale Vannacci vuole presentarsi agli elettori.
E per un uomo che ha scelto di chiamare la propria formazione Futuro Nazionale, sarebbe quantomeno ironico scoprire che una delle prime questioni da risolvere riguarda proprio il futuro di quel nome.







