Mattarella non abbocca: Meloni prova a trascinarlo nello scontro sulla scuola, dal Quirinale arriva una risposta che pesa

Il Presidente Sergio Mattarella

Giorgia Meloni ha chiamato Sergio Mattarella direttamente dentro la battaglia politica sulla scuola. Il presidente della Repubblica, però, non ha raccolto l’invito. Nessuna replica alla premier, nessun botta e risposta, nessuna corsa a rivendicare il significato delle circolari che Mattarella firmò da ministro dell’Istruzione nel 1989 e nel 1990. Dal Quirinale arrivano invece indicazioni molto più concrete: il governo dovrà «ben ponderare» le nuove norme e garantire la «massima tutela del diritto allo studio».

Ed è qui che la vicenda cambia completamente terreno. Meloni aveva usato il Mattarella di 36 anni fa per sostenere che il progetto del suo governo non si discosta poi molto dalle indicazioni dell’allora ministro. Il Colle evita di discutere questa lettura sul piano politico e sposta l’attenzione su ciò che conta adesso: non quello che scriveva una circolare nel 1990, ma quello che stabilirà una legge nel 2026 e soprattutto le conseguenze che produrrà nelle scuole italiane.

Mattarella evita il duello e riporta Meloni alla legge

Il punto sul quale il Quirinale concentra l’attenzione riguarda innanzitutto la natura del provvedimento. Una circolare ministeriale offre indicazioni amministrative alle scuole; una legge impone invece regole vincolanti e deve rispettare pienamente i principi costituzionali. Proprio per questo il Colle insiste sulla necessità di ponderare con attenzione ogni passaggio.

Mattarella non contesta il principio di distribuire gli studenti stranieri in modo da favorire l’integrazione ed evitare concentrazioni che possano ostacolare l’apprendimento. Le circolari che firmò da ministro partivano proprio da questa esigenza. Ma riconoscere il problema non significa approvare automaticamente la soluzione scelta oggi dal governo.

Il progetto annunciato dall’esecutivo introduce infatti un meccanismo diverso. Il tetto del 30% dovrebbe obbligare i dirigenti scolastici a intervenire quando una classe supera quella percentuale, fino alla possibilità di indirizzare gli studenti eccedenti verso altri istituti. Ed è precisamente qui che iniziano le domande alle quali Palazzo Chigi dovrà dare risposte.

Il 30% è facile da annunciare, molto meno da applicare

Che cosa farà una scuola quando una classe supererà il limite? Potrà sdoppiarla soltanto se avrà abbastanza insegnanti e aule. Se non avrà né gli uni né le altre, dovrà trasferire alcuni studenti. Ma chi sceglierà quali? E dove li manderà? Quanto potrà allontanarli dalla loro abitazione? Che cosa accadrà nei quartieri nei quali quasi tutti gli istituti presentano percentuali elevate di studenti stranieri?

Sono problemi molto concreti, che trasformano rapidamente una percentuale efficace nella comunicazione politica in un rompicapo organizzativo per dirigenti scolastici, famiglie e amministrazioni.

Ed è proprio su questo terreno che il richiamo del Quirinale alla «massima tutela del diritto allo studio» acquista peso. L’articolo 34 della Costituzione stabilisce che «la scuola è aperta a tutti». Qualunque meccanismo di redistribuzione degli studenti dovrà quindi garantire quel diritto senza creare discriminazioni o ostacoli nell’accesso all’istruzione.

Anche l’ipotesi dei corsi di italiano per i genitori degli studenti apre una lunga serie di problemi pratici. Il governo dovrà chiarire chi organizzerà quei corsi, chi li pagherà, dove si terranno, quali docenti li gestiranno e che cosa accadrà quando una famiglia, magari per ragioni di lavoro, non riuscirà a frequentarli. Finché mancano queste risposte, il progetto resta molto più semplice da raccontare che da realizzare.

Il precedente del 1990 non consegna un lasciapassare al governo

Meloni ha scelto un argomento politicamente efficace: ricordare che anche Mattarella, quando guidava il ministero dell’Istruzione, affrontò il problema della distribuzione degli studenti stranieri. Ma proprio il contenuto di quelle circolari mostra quanto il parallelo abbia dei limiti.

Mattarella indicava alle scuole l’opportunità di distribuire gli studenti stranieri tra le classi per favorire l’integrazione linguistica. La circolare del 1990 suggeriva di non superare cinque alunni appartenenti allo stesso gruppo linguistico nella medesima classe, ma inseriva quell’indicazione dentro una politica più ampia di accoglienza, integrazione, percorsi didattici personalizzati e coinvolgimento delle famiglie.

Soprattutto, quelle disposizioni non introducevano il tetto generale del 30% che propone oggi il governo e non prevedevano di trasferire gli studenti da una scuola all’altra per rispettarlo.

Il precedente esiste, dunque, ma non dimostra l’identità tra le due soluzioni. Meloni può sostenere che entrambe partano dall’esigenza di evitare concentrazioni eccessive nelle classi; non può però trasformare automaticamente una circolare firmata da Mattarella nel 1990 nell’approvazione preventiva della legge che il suo governo prepara nel 2026.

Dal Colle niente rissa, ma le domande restano tutte sul tavolo

Il presidente della Repubblica sceglie così una strada molto diversa da quella del confronto politico diretto. Non risponde alla premier sul terreno della polemica e non trasforma il Quirinale in un altro partecipante alla battaglia quotidiana tra maggioranza e opposizione. Allo stesso tempo, non concede al governo alcun lasciapassare.

Mattarella riporta la questione sulla Costituzione, sul diritto allo studio e sulla concreta applicabilità delle norme. È un terreno molto meno spettacolare di quello televisivo, ma decisamente più difficile per chi dovrà scrivere la legge.

Perché alla fine il problema non riguarda una circolare del 1990 né chi possa rivendicarne oggi l’eredità politica. Riguarda migliaia di scuole che spesso affrontano già carenze di docenti, aule e risorse. Se il governo vuole imporre un tetto del 30%, dovrà spiegare come intende farlo rispettare senza scaricare sulle famiglie e sugli istituti il costo organizzativo della propria scelta.

Meloni ha provato a mettere Mattarella dentro la sua narrazione. Il presidente non ci entra. E lascia a Palazzo Chigi un compito assai meno comodo: trasformare uno slogan politico in una legge che funzioni davvero.