Ed ecco Stephen Miller. Donald Trump perde le elezioni di metà mandato e risponde promuovendo uno degli uomini più controversi della sua amministrazione. L’ architetto della stretta sull’immigrazione, prende il posto di Susie Wiles alla guida dello staff della Casa Bianca. La scelta scatena proteste persino tra i repubblicani, che attribuiscono proprio alle politiche migratorie una parte delle responsabilità della sconfitta elettorale. Ma il particolare più inquietante riguarda il rapporto con la stampa: secondo le indiscrezioni, Miller sostiene la possibilità di arrestare i giornalisti che rifiutano di rivelare le proprie fonti governative durante le indagini penali sulle fughe di notizie relative alla sicurezza nazionale.
Stephen Miller e la linea dura contro i giornalisti
Il nuovo capo di gabinetto avrebbe una posizione radicalmente diversa da quella di Susie Wiles sulla tutela delle fonti giornalistiche. Miller sarebbe favorevole a ricorrere anche agli arresti nei confronti dei cronisti che non collaborano con gli investigatori nelle inchieste sulla diffusione di informazioni riservate.
Wiles, al contrario, aveva respinto l’ipotesi che il Dipartimento di Giustizia adottasse strumenti tanto aggressivi. La divergenza non riguarda quindi soltanto i rapporti con i media, ma anche i limiti che l’amministrazione intende porre all’azione investigativa.
Le indiscrezioni descrivono un orientamento politico, non l’adozione di una nuova norma né un ordine di arresto già emanato. Resta tuttavia significativo che il tema della protezione delle fonti giornalistiche sia entrato nel confronto ai vertici della Casa Bianca.
Trump vuole un capo di gabinetto che «spacchi le teste»
Nei giorni precedenti alle midterm, Trump avrebbe confidato ai propri collaboratori la frustrazione per le difficoltà legate alla guerra in Iran e all’inflazione. Tra i suoi consiglieri, Miller gli sarebbe apparso come uno dei pochi capaci di ottenere risultati concreti.
Dopo il voto, il presidente avrebbe maturato la decisione di affidargli un ruolo ancora più importante. Secondo alcune fonti, Trump cercava qualcuno disposto a «spaccare le teste» e a non frenare le sue iniziative.
Il cambio al vertice dello staff arriva dopo un confronto con Wiles, che avrebbe offerto le proprie dimissioni il giorno successivo alle elezioni. La decisione finale sarebbe maturata anche in seguito alle pressioni di Bill Pulte, dirigente della Federal Housing Finance Agency vicino al presidente, e della moglie di Miller, favorevole da settimane alla promozione del marito.
I repubblicani contro Miller: «Un megalomane»
La nomina non convince diversi esponenti del Partito repubblicano. Alcuni parlamentari ritengono che la linea sull’immigrazione sostenuta da Miller abbia contribuito alla perdita di consensi, soprattutto tra gli elettori latinoamericani.
«È un megalomane a cui non dovrebbero essere date le chiavi di una Ferrari», attacca un deputato repubblicano che preferisce restare anonimo.
Il parlamentare Marlin Stutzman parla invece di «una decisione orribile», collegando la stretta migratoria alle difficoltà elettorali dei conservatori. Altri colleghi esprimono incredulità per la promozione e sostengono che Miller avrebbe dovuto perdere il proprio incarico anziché ricevere maggiori responsabilità.
Sono valutazioni politiche interne al partito, non una dimostrazione che la politica migratoria costituisca l’unica causa della sconfitta.
Don Bacon: «Ha trasformato l’immigrazione in una zavorra»
Tra le critiche più esplicite figurano quelle dell’ex deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon. «Ha danneggiato l’amministrazione e ha trasformato la politica sull’immigrazione che favoriva Donald Trump in una zavorra. Non piace a molti repubblicani», sostiene.
La frattura riguarda anche la strategia del presidente dopo il voto. Una parte dei conservatori chiede di correggere le politiche che considera responsabili della perdita di consensi; Trump, invece, affida maggiori poteri proprio a uno dei principali sostenitori di quelle scelte.
Con Miller alla guida dello staff, il confronto interno alla Casa Bianca potrebbe dunque concentrarsi su immigrazione, sicurezza nazionale e rapporti con la stampa. Tre questioni sulle quali il nuovo capo di gabinetto ha già mostrato di preferire un approccio particolarmente duro.







