L’Unità è morta un’altra volta o, più precisamente, è stata nuovamente sospesa, perché con il quotidiano fondato da Antonio Gramsci la parola «fine» si è già dimostrata pericolosa da pronunciare. Il 7 luglio Alfredo Romeo ha fermato le pubblicazioni del giornale diretto da Piero Sansonetti e ha indicato con estrema chiarezza la ragione che aveva fatto precipitare la situazione: la trattativa con il Partito Democratico non era arrivata all’accordo che avrebbe dovuto riportare la storica testata nella disponibilità della sua area politica d’origine.
Dietro quella comunicazione, tuttavia, c’era molto più di un semplice affare saltato. C’erano mesi di negoziati, il futuro di una testata centenaria, le perdite accumulate dall’editore, una valutazione economica sorprendentemente contenuta rispetto al valore simbolico del marchio e soprattutto una condizione sulla quale Romeo e il Pd non sono riusciti a incontrarsi: chi avrebbe posseduto davvero l’Unità dopo il suo ritorno a casa.
Alfredo Romeo aveva comprato l’Unità all’asta per 910mila euro
Romeo aveva rilevato la testata dopo il fallimento della precedente società editrice, aggiudicandosela all’asta per circa 910mila euro. Il quotidiano era così tornato nelle edicole il 16 maggio 2023, con Piero Sansonetti alla direzione e con un progetto che, nelle intenzioni dichiarate successivamente dall’editore, non avrebbe dovuto rappresentare il punto d’arrivo della storia.
Romeo ha infatti spiegato che l’operazione aveva fin dall’inizio un duplice obiettivo: rimettere in ordine i conti e custodire il giornale fino al momento in cui fosse stato possibile riportarlo nella disponibilità di quella che ha definito la sua «casa naturale», il Partito Democratico. Il primo obiettivo si è però scontrato con perdite che hanno continuato ad accumularsi, mentre sul secondo, quando nel 2026 si è arrivati concretamente a discutere la cessione, è emersa una distanza che alla fine si è rivelata decisiva.
La trattativa con il Pd e l’offerta a «prezzo puramente simbolico»
Il 7 luglio Romeo ha raccontato pubblicamente la propria versione dei fatti, spiegando che negli ultimi mesi si era sviluppato «un lungo e articolato dialogo con il PD» durante il quale aveva manifestato la disponibilità a cedere la testata «a un prezzo puramente simbolico». Una formula particolarmente significativa perché, secondo l’editore, dimostrava che l’operazione non era stata concepita per realizzare un profitto, ma per restituire l’Unità alla comunità politica e culturale dalla quale era nata.
Sempre secondo la ricostruzione di Romeo, il confronto sembrava avviato verso una conclusione positiva quando il Partito Democratico ha deciso «di non dare seguito alla trattativa». Venuta meno la prospettiva sulla quale l’editore sosteneva di aver fondato il proprio impegno e considerate le ulteriori perdite di esercizio, Romeo Editore ha quindi sospeso le pubblicazioni.
La vicenda, però, non era affatto conclusa, perché dal Nazareno è arrivata una ricostruzione sostanzialmente diversa: il Pd non aveva rinunciato all’Unità e continuava a volerla acquistare. Il problema non riguardava quindi l’interesse per la testata, ma le condizioni alle quali avrebbe dovuto cambiare proprietario.
Il vero nodo della trattativa era la permanenza di Romeo nella società
Il punto sul quale le parti non sono riuscite a trovare un accordo riguardava soprattutto la futura struttura proprietaria. Romeo era disponibile a trasferire l’Unità al Pd conservando una partecipazione di minoranza nella società, mentre il Partito Democratico voleva acquisire integralmente la testata senza la presenza di imprenditori privati nella compagine proprietaria.
È questo il passaggio che permette di leggere in maniera diversa la chiusura di luglio. Il Pd voleva che l’Unità tornasse completamente sotto il proprio controllo, mentre Romeo era disposto a rinunciare alla maggioranza ma non a uscire definitivamente dall’operazione. L’editore ha poi precisato che la partecipazione che intendeva mantenere sarebbe stata priva di qualsiasi potere di controllo o possibilità di condizionare la linea politica ed editoriale del giornale.
Per il Nazareno la questione rimaneva però di principio: se il partito doveva investire direttamente le proprie risorse per riportare a casa il quotidiano fondato da Gramsci, la proprietà doveva essere interamente sua. Non si trattava dunque di una sfumatura negoziale, ma di due differenti progetti proprietari che, nonostante la comune volontà dichiarata di salvare il giornale, non riuscivano a conciliarsi.
Ad agosto il Pd rilancia e mette sul tavolo più dei 910mila euro dell’asta
La sospensione delle pubblicazioni non ha chiuso la partita. L’11 agosto il Partito Democratico ha scoperto pubblicamente le proprie carte annunciando di essere pronto ad acquistare l’Unità e spiegando di lavorare all’operazione da oltre un anno. Questa volta il Nazareno ha indicato anche un riferimento economico preciso, dichiarandosi disponibile a pagare una cifra superiore a quella versata da Romeo quando si era aggiudicato la testata all’asta nel 2022, quindi oltre i circa 910mila euro.
Tra le soluzioni prese in considerazione figurava anche un affitto pluriennale della testata accompagnato da un percorso vincolante verso il successivo riscatto. Il Pd sosteneva inoltre di avere finalmente la solidità economica necessaria per affrontare direttamente l’operazione, indicando un bilancio 2025 chiuso con un utile superiore a 3,6 milioni di euro, un patrimonio netto oltre i 5,5 milioni e più di 8,1 milioni provenienti dal 2×1000 già registrati nel luglio 2026.
Il significato politico e finanziario del rilancio era evidente: il partito dichiarava di poter riportare l’Unità nella propria disponibilità senza cercare un imprenditore disposto a finanziare l’operazione e, proprio per questo, non vedeva la necessità di mantenere Romeo nella futura società editrice.
La risposta di Romeo e le altre manifestazioni di interesse
La replica dell’editore ha però riaperto immediatamente lo scontro, perché Romeo ha contestato l’idea che il Pd potesse considerare l’acquisto praticamente definito sulla base di condizioni stabilite pubblicamente e unilateralmente. La testata apparteneva alla sua società e spettava quindi alla proprietà decidere come, quando e a chi venderla.
Al centro della divergenza restava ancora la partecipazione di minoranza che Romeo avrebbe voluto conservare, ma nel frattempo era comparso un altro elemento destinato a complicare ulteriormente la partita: l’editore ha dichiarato di aver ricevuto altre manifestazioni di interesse e di volersi riservare la possibilità di valutarle oppure, in alternativa, di mantenere congelata la testata aspettando condizioni differenti.
Si era così creata una situazione quasi paradossale nella quale venditore e possibile compratore dichiaravano entrambi di volere il ritorno dell’Unità nella sua area politica storica e il Pd sosteneva persino di essere disposto a pagare più del prezzo versato da Romeo all’asta, ma le parti continuavano a non accordarsi sulla composizione della società che avrebbe posseduto il quotidiano dopo la vendita.
Il piano era riportare l’Unità in edicola entro settembre
Anche il calendario sembrava costruito apposta per una conclusione simbolicamente perfetta della vicenda. L’obiettivo dichiarato dal Pd era arrivare alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, in programma dall’1 al 13 settembre, con l’operazione conclusa o almeno sufficientemente avanzata da poter annunciare il ritorno del quotidiano.
L’Unità che tornava al Partito Democratico durante la Festa dell’Unità avrebbe avuto un significato politico evidente, ma quella conclusione non è arrivata. Elly Schlein ha chiuso il 13 settembre la manifestazione nazionale del partito parlando delle prospettive politiche del centrosinistra e del programma comune, mentre il quotidiano dal quale quella festa continua a prendere il nome non era tornato in edicola.
Al 24 settembre, a quasi tre mesi dalla sospensione annunciata da Romeo, il giornale resta fermo e la resurrezione che durante l’estate era sembrata nuovamente possibile non si è ancora concretizzata.
La maledizione di un giornale che continua a morire e risorgere
Non sarebbe comunque la prima resurrezione. Nell’ultimo quarto di secolo l’Unità ha attraversato una successione impressionante di crisi, sospensioni e ritorni: si fermò nel luglio 2000 e tornò pochi mesi dopo, chiuse nuovamente nell’agosto 2014 e ripartì nel giugno 2015, per interrompere ancora le pubblicazioni nel 2017. Nel 2022 arrivò il fallimento della società editrice e il 16 maggio 2023 il giornale tornò ancora una volta nelle edicole grazie all’operazione di Romeo e alla direzione di Sansonetti.
Tre anni dopo è arrivato un altro stop, la cui causa immediata appare ormai chiara: il giornale continuava a perdere denaro e la trattativa destinata a trasferirlo al Pd non è arrivata alla firma. Il retroscena della vicenda racconta però una storia ancora più singolare, perché venditore e compratore concordavano almeno pubblicamente sull’obiettivo fondamentale, cioè far sopravvivere l’Unità e riportarla nella disponibilità della sua area politica storica, mentre il Pd dichiarava di avere anche i soldi necessari per comprarla.
A dividere le parti è rimasta soprattutto quella partecipazione di minoranza che Romeo voleva conservare e che il Pd non intendeva accettare. Una distanza sufficiente a bloccare una trattativa che sembrava destinata a concludersi e a lasciare senza voce, ancora una volta, uno dei giornali più tormentati della storia editoriale italiana.
La campana del terzo requiem ha quindi suonato, ma parlare di funerale definitivo sarebbe prematuro. Se c’è qualcosa che cent’anni di storia dell’Unità hanno dimostrato è che questo giornale possiede una singolare capacità di sopravvivere persino alle proprie morti.







