La ricostruzione di Gaza rischia di nascere con una clausola che dice tutto: chi deciderà, demolirà, appalterà, confischerà, sposterà e ridisegnerà pezzi della Striscia potrebbe farlo senza rispondere davanti ai tribunali locali. Una bozza di risoluzione legata al “Board of Peace” voluto da Donald Trump prevede infatti un’immunità legale molto ampia per i membri del consiglio, per l’Ufficio dell’Alto rappresentante per Gaza, per le forze internazionali, per i contractor, per le organizzazioni collegate e per i tecnocrati palestinesi coinvolti nella gestione del dopoguerra. Una specie di “salva-ruspe” preventivo, costruito prima ancora che la ricostruzione entri davvero nel vivo.
Il documento, rivelato dal Guardian, disegna un sistema quasi separato dal diritto ordinario. Il Board of Peace, presieduto da Trump, avrebbe la possibilità di ottenere proprietà pubbliche a Gaza a titolo gratuito e i soggetti coinvolti nelle operazioni godrebbero di protezione da arresti, detenzioni e procedimenti legali nella Striscia. La Casa Bianca respinge l’idea che il piano apra una zona franca senza legge, ma i giuristi che hanno esaminato la bozza avvertono: una protezione così larga rischia di cancellare in anticipo ogni responsabilità per abusi, demolizioni, confische o errori compiuti durante la ricostruzione.
Il Board of Peace e l’immunità “no limits”
Il nodo non riguarda soltanto la forma giuridica. Riguarda il potere reale su Gaza. Dopo trentadue mesi di guerra e distruzione, con un bilancio palestinese che parla di oltre 73 mila morti, la domanda su chi pagherà per ciò che è accaduto resta ancora aperta. Ma un’altra domanda, forse più immediata, si impone già adesso: chi controllerà ciò che accadrà nei prossimi anni?
La bozza attribuisce al Board of Peace e alla sua struttura amministrativa un margine d’azione enorme. Il Consiglio dovrebbe supervisionare amministrazione, ricostruzione e rilancio economico della Striscia, con il sostegno dell’Ufficio dell’Alto rappresentante per Gaza, guidato dall’ex ministro bulgaro Nickolay Mladenov. Nel perimetro entrerebbero anche tecnocrati palestinesi, delegati israeliani, contractor, personale militare internazionale e soggetti privati impegnati nei cantieri e nei servizi del dopoguerra.
Il punto più esplosivo riguarda le proprietà. Il Board potrebbe acquisire beni pubblici senza pagare compensazioni, con il rischio di trasformare la ricostruzione in una gigantesca operazione di esproprio politico e immobiliare. In un territorio devastato, dove case, quartieri, scuole, ospedali e infrastrutture dovranno essere ricostruiti o demoliti, chi controlla il diritto di proprietà controlla anche il futuro della popolazione.
E qui l’immunità diventa il vero cuore del problema. Se chi prende decisioni su demolizioni, trasferimenti, appalti e proprietà non risponde ai tribunali locali, Gaza rischia di diventare un laboratorio amministrativo senza contrappesi. Non una ricostruzione sotto controllo internazionale, ma un esperimento di governo commissariale in cui l’ultima parola spetta al potere politico che ha scritto le regole.
Ricostruzione o commissariamento della Striscia
La formula del Consiglio di pace nasce con un lessico rassicurante: stabilità, ricostruzione, governance, investimenti, normalizzazione. Ma dietro queste parole si intravede un progetto molto più duro. Gaza non verrebbe soltanto ricostruita. Verrebbe amministrata da un organismo esterno, con un’immunità preventiva e con poteri tali da incidere sulla vita concreta di milioni di palestinesi.
Il precedente non lascia tranquilli. Ogni volta che un territorio devastato dalla guerra viene affidato a un intreccio di autorità internazionali, contractor privati e poteri politici stranieri, il rischio è sempre lo stesso: chi subisce le decisioni resta senza strumenti reali per contestarle. La ricostruzione diventa un affare per chi la gestisce, mentre la popolazione locale resta spettatrice del proprio destino.
Il Guardian ricorda anche le preoccupazioni degli esperti di diritto internazionale, che vedono nella bozza il pericolo di una sostanziale impunità per eventuali condotte illecite. La protezione da procedimenti legali, arresti e detenzioni richiama le controversie già viste in altri scenari di guerra, dall’Iraq all’Afghanistan, dove contractor e forze internazionali hanno spesso agito dentro zone grigie difficili da controllare.
Il rischio politico è ancora più evidente se si guarda all’idea trumpiana di una Gaza trasformata in piattaforma economica, turistica, immobiliare. La ricostruzione non è mai neutrale. Decide chi torna a casa, chi perde la casa, chi riceve un indennizzo, chi non lo riceve, quale memoria resta in piedi e quale viene cancellata dalle ruspe. Se il Board potrà agire senza un controllo effettivo, la Striscia rischierà di passare dalla devastazione militare alla gestione tecnocratica senza sovranità.
Israele riconosce il genocidio armeno e sfida Erdogan
Dentro questo scenario si inserisce anche la decisione israeliana di riconoscere formalmente il genocidio armeno. Il governo di Benjamin Netanyahu ha approvato all’unanimità la proposta, anche se il riconoscimento dovrà ancora passare dalla Knesset. È una svolta storica, perché Israele per decenni aveva evitato un riconoscimento formale proprio per non compromettere i rapporti con la Turchia, che continua a respingere la definizione di genocidio per i massacri degli armeni compiuti dall’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale.
La scelta arriva però in un momento politico preciso. I rapporti tra Israele e Turchia sono precipitati durante la guerra di Gaza. Erdogan ha accusato più volte Israele di genocidio, trasformando Gaza in uno dei principali terreni di scontro diplomatico con Netanyahu. Ankara ha reagito alla decisione israeliana definendola una manovra politica e collegandola direttamente alle accuse internazionali rivolte a Israele per ciò che accade nella Striscia.
È difficile non leggere il riconoscimento anche come un messaggio a Erdogan. Dopo anni di prudenza, Israele decide di colpire la Turchia sul nervo più scoperto della sua memoria nazionale proprio mentre Ankara usa la parola genocidio contro lo Stato ebraico. La morale storica si intreccia così alla convenienza geopolitica. Il genocidio armeno merita riconoscimento indipendentemente dai rapporti tra Israele e Turchia, ma il tempismo della decisione racconta molto della guerra diplomatica in corso.
Il paradosso è evidente. Mentre Israele riconosce una tragedia storica che la Turchia continua a negare, Gaza resta al centro di accuse pesantissime da parte di organismi internazionali, commissioni d’inchiesta e governi ostili a Netanyahu. Una commissione indipendente dell’Onu ha accusato Israele di continuare a commettere genocidio nella Striscia, un’accusa che il governo israeliano respinge definendo l’inchiesta faziosa.
In questo incrocio tra diritto internazionale, memoria storica e potere politico, il Board of Peace trumpiano rischia di diventare l’ennesimo strumento di una partita più grande. Ufficialmente serve a ricostruire Gaza. In pratica potrebbe decidere chi avrà diritto a restare, a costruire, a reclamare una proprietà, a contestare un abuso. Se l’immunità prevista dalla bozza entrerà davvero in vigore, il futuro della Striscia verrà scritto da un organismo che chiede prima di tutto una cosa: non dover rispondere a nessuno.







