Garlasco, Lovati torna sullo scontrino di Sempio: «Avrei sconsigliato di consegnarlo, sembrava una scusa non richiesta»

L’avvocato Massimo Lovati

Massimo Lovati torna a parlare di Andrea Sempio e riporta al centro del caso Garlasco uno degli elementi più controversi dell’inchiesta: lo scontrino che il giovane consegnò ai carabinieri dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Secondo l’ex difensore dell’attuale indagato, Sempio commise un errore quando mostrò spontaneamente quel documento agli investigatori. Se lo avesse assistito fin dall’inizio, Lovati gli avrebbe consigliato di non farlo.

«Se fossi stato l’avvocato di Sempio nel 2008, quando è stato sentito, l’avrei sconsigliato», ha dichiarato. L’ex legale aveva già espresso la stessa posizione nei mesi scorsi con parole molto più dure, definendo la consegna dello scontrino una sorta di excusatio non petita: una giustificazione che nessuno aveva ancora richiesto e che, proprio per questo, poteva alimentare nuovi sospetti.

Sempio conservò il documento per indicare dove si trovasse il 13 agosto 2007, ma ottenne l’effetto contrario. Lo scontrino non chiuse la questione: aprì un interrogativo che, a distanza di quasi vent’anni, occupa ancora un posto centrale nel nuovo filone investigativo.

Lovati: «Lo scontrino è una curiosità del caso Garlasco»

Lovati ha definito lo scontrino «un’altra coincidenza» e «un’altra curiosità», riprendendo il termine adoperato dal giudice di primo grado Stefano Vitelli. Secondo l’avvocato, un’agenzia investigativa recuperò quell’elemento tra gli atti dell’inchiesta originaria del 2007 e lo riportò al centro dell’attenzione, attribuendogli un peso mediatico e investigativo molto superiore a quello iniziale.

Il nodo riguarda innanzitutto la sua reale funzione. Uno scontrino documenta un acquisto o un pagamento compiuto in un determinato luogo e a una determinata ora, ma non identifica automaticamente la persona che effettuò l’operazione. Quel documento, da solo, non dimostra quindi la presenza di Sempio nel posto indicato.

Lovati insiste proprio sulla natura ambigua dell’elemento. Sempio voleva spiegare agli investigatori dove si trovasse nella giornata del delitto, ma la scelta di conservare e consegnare spontaneamente lo scontrino spinse gli inquirenti a interrogarsi sulle ragioni del gesto. Quello che il giovane considerava un elemento favorevole si trasformò così in una domanda destinata a rimanere aperta per quasi vent’anni.

«Come avvocato gli avrei detto: ma tu sei scemo»

Le nuove parole di Lovati riprendono quanto aveva sostenuto in una precedente intervista. In quell’occasione l’avvocato usò un’espressione molto più esplicita: «Come avvocato gli avrei detto: “Ma tu sei scemo”». A suo giudizio, infatti, mostrare lo scontrino senza una precisa richiesta degli inquirenti poteva sembrare il tentativo di preparare in anticipo una giustificazione.

Lovati offrì però anche una spiegazione favorevole al giovane. Sempio aveva soltanto 19 anni e la convocazione dei carabinieri lo avrebbe impressionato. In quella situazione, secondo l’ex difensore, pensò che il documento potesse indicare «in che punto era quel giorno», senza immaginare le conseguenze della sua scelta.

Qui si trova il paradosso dello scontrino: Lovati non legge nella sua consegna il tentativo di costruire un falso alibi, ma l’ingenuità di un ragazzo preoccupato di fornire spiegazioni agli investigatori. Proprio quella spiegazione non richiesta, però, continua a suscitare interrogativi.

Lo scontrino di Sempio torna al centro della nuova inchiesta

La riapertura delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi e l’iscrizione di Andrea Sempio nel registro degli indagati hanno riportato lo scontrino sotto i riflettori. Gli inquirenti dovranno valutarne il significato insieme a tutti gli altri elementi raccolti: il documento, considerato isolatamente, non prova né la colpevolezza né l’estraneità di Sempio al delitto.

Le parole di Lovati aggiungono comunque un nuovo livello alla vicenda. L’ex difensore non contesta l’autenticità dello scontrino e non accusa Sempio di aver mentito. Sostiene invece che il giovane compì una scelta processualmente sbagliata, perché offrì agli investigatori un elemento sul quale concentrare domande che, senza quella consegna spontanea, forse non avrebbero posto.

A distanza di diciannove anni, la «curiosità» evocata da Lovati conserva tutta la propria ambivalenza. Sempio mostrò lo scontrino per chiarire la propria posizione, ma quel gesto ha contribuito a rimetterla in discussione. La nuova inchiesta dovrà stabilire quale valore attribuire realmente al documento nel quadro complessivo. Fino a un’eventuale sentenza definitiva, la legge presume innocente Andrea Sempio.