La “vittoria totale” promessa da Benjamin Netanyahu non convince più la maggioranza degli israeliani. Secondo un sondaggio realizzato da Channel 12, il 62 per cento degli intervistati ritiene che Israele non raggiungerà mai l’obiettivo annunciato dal premier nella guerra di Gaza. Soltanto il 25 per cento continua a credere che quella promessa possa ancora diventare realtà. È un dato politico pesantissimo, perché colpisce il cuore della narrazione costruita da Netanyahu negli ultimi tre anni: resistere, continuare a combattere e portare il Paese fino alla sconfitta completa di Hamas.
Il sondaggio arriva mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre e mostra un Paese bloccato in una lunga crisi di fiducia. Il problema per Netanyahu non riguarda soltanto Gaza. La stessa rilevazione mostra che il 62 per cento degli intervistati non ritiene che il premier abbia “condotto Israele alla vittoria dopo tre anni di guerra”, mentre appena il 28 per cento giudica positivamente il bilancio complessivo della sua leadership.
La “vittoria totale” non convince più
La formula della “vittoria totale” ha accompagnato ogni fase della guerra a Gaza. Netanyahu l’ha utilizzata per giustificare il proseguimento delle operazioni, respingere le richieste di cessate il fuoco e sostenere che Israele avrebbe dovuto continuare fino alla completa eliminazione della capacità militare e politica di Hamas.
Oggi, però, quella promessa appare sempre più lontana dalla percezione del Paese. Il sondaggio mostra che quasi due israeliani su tre non credono più che l’obiettivo possa essere raggiunto. Il dato non segnala soltanto stanchezza per una guerra lunga e sanguinosa, ma mette in discussione la credibilità stessa del premier sul terreno che per anni gli ha garantito più forza: la sicurezza nazionale.
La sfiducia si estende anche agli altri fronti. Il 72 per cento degli intervistati non crede che Hamas accetterà mai di disarmarsi, mentre il 63 per cento esprime lo stesso giudizio su Hezbollah. Una parte crescente dell’opinione pubblica sembra dunque considerare irrealistica l’idea di una conclusione definitiva del conflitto attraverso una vittoria militare totale.
Netanyahu e Eisenkot testa a testa
La crisi di fiducia non si traduce però in una sconfitta automatica alle urne. Il sondaggio mostra una situazione di equilibrio persistente. Netanyahu e Gadi Eisenkot risultano appaiati nelle preferenze per la carica di primo ministro, entrambi al 37 per cento. Il premier conserva inoltre un leggerissimo vantaggio su Naftali Bennett, 38 a 37.
Il sistema elettorale israeliano, però, non prevede l’elezione diretta del premier. A decidere sarà la composizione della Knesset, dove serviranno almeno 61 seggi per formare una maggioranza. Ed è proprio qui che emerge lo stallo più insidioso.
Secondo Channel 12, il Likud di Netanyahu otterrebbe 23 seggi, gli stessi del partito Yashar guidato da Eisenkot. Insieme agli alleati, il blocco del premier si fermerebbe a quota 50. L’opposizione sionista raggiungerebbe invece 56 seggi, ai quali si aggiungerebbero i quattro della nuova formazione centrista Casa Sionista, guidata da Chili Tropper e Yoaz Hendel. Poiché i due leader hanno già annunciato l’intenzione di sostenere una coalizione anti-Netanyahu, il fronte dell’opposizione arriverebbe a 60 seggi, uno in meno della maggioranza assoluta.
La Knesset resta bloccata a un passo dalla maggioranza
La fotografia politica resta dunque quella di un Paese spaccato. Netanyahu non dispone dei numeri per governare da solo con i suoi alleati, ma l’opposizione non riesce ancora a superare la soglia decisiva dei 61 seggi. I partiti a maggioranza araba, Ra’am e Hadash-Ta’al, otterrebbero cinque seggi ciascuno e potrebbero diventare ancora una volta determinanti, ma una parte dei leader dell’opposizione continua a escludere accordi diretti con loro.
Lo scenario potrebbe cambiare soltanto se l’opposizione accettasse di costruire una maggioranza più larga. In una delle ipotesi testate dal sondaggio, una collaborazione con Ra’am porterebbe il fronte anti-Netanyahu fino a 65 seggi. Ma si tratta di una possibilità politicamente difficile, perché sia Bennett sia Eisenkot hanno espresso forti riserve sulla partecipazione dei partiti arabi a una futura coalizione.
Il risultato è un equilibrio quasi perfetto: il blocco di Netanyahu resiste, l’opposizione cresce, ma nessuno riesce ancora a chiudere la partita.
Gli israeliani non credono più al racconto della guerra
Il dato più grave per Netanyahu resta però quello sulla “vittoria totale”. In questi anni il premier ha costruito la propria sopravvivenza politica sulla convinzione che soltanto lui potesse condurre Israele fino alla fine del conflitto. Il sondaggio suggerisce invece che la maggioranza degli israeliani non crede più né nella promessa né nel percorso indicato dal governo.
Il 57 per cento degli intervistati assegna inoltre un giudizio negativo al ministro della Difesa Israel Katz, mentre solo il 34 per cento ne approva l’operato. Anche il tentativo di Katz di rimuovere il comandante del fronte centrale dell’esercito ha suscitato forti critiche, con il 47 per cento degli intervistati che lo considera inappropriato.
Nonostante tutto, Netanyahu continua a restare competitivo. Il suo elettorato non lo abbandona in massa e il Likud conserva una posizione centrale. Ma il premier arriva al voto con una promessa ormai logorata, un blocco fermo a 50 seggi e una maggioranza del Paese convinta che la guerra non produrrà mai il risultato annunciato.
La campagna elettorale si apre sulla fine della credibilità
Le elezioni del 27 ottobre si giocheranno dunque su una domanda molto più profonda del semplice confronto tra partiti: gli israeliani credono ancora che Netanyahu possa mantenere ciò che promette?
Per il momento, la risposta del sondaggio appare netta. La “vittoria totale” non mobilita più il Paese, non rassicura l’opinione pubblica e non offre una prospettiva credibile. Netanyahu resta in piedi, ma il racconto politico che lo ha sostenuto per anni comincia a crollare. La guerra non ha ancora trovato una conclusione. La fiducia, invece, sembra già averne trovata una.







