Tennessee, il “miracolo” di Christa Pike: sopravvissuta alla pena di morte, è cosciente e parla in ospedale

Christa Pike

La voce di Christa Pike non si è spenta. In seguito a due iniezioni di pentobarbital non andate a buon fine, la donna condannata per un omicidio commesso nel 1995 quando aveva diciotto anni si è risvegliata in ospedale e ha ripreso a parlare.

I suoi legali hanno dichiarato che la donna è cosciente, parla e riceve cure mediche per una ripresa definita senza precedenti dal punto di vista sanitario. La prognosi rimane incerta e gli avvocati prevedono un lungo percorso di recupero. Nonostante le lesioni gravi che le braccia hanno riportato, le autorità mantengono la detenuta incatenata al letto di ospedale, mentre persone da tutto il mondo inviano migliaia di messaggi di solidarietà per un evento che riapre il dibattito sulla pena di morte negli Stati Uniti.

Le conseguenze legali e la decisione del governatore

I difensori hanno ricordato che la loro assistita ha superato due cicli completi di iniezione letale, rappresentando l’unico caso conosciuto nel Paese. La difesa aveva già sollecitato il governatore Bill Lee per la commutazione della pena in ergastolo senza libertà condizionale. Durante i tentativi di esecuzione la donna aveva chiesto ai tecnici del braccio della morte le ragioni di un dolore così forte a fronte del mancato decesso. In seguito all’episodio il governatore ha annullato tutte le esecuzioni programmate per l’anno in corso, disponendo la revisione di un protocollo che aveva già evidenziato criticità durante il mese di maggio con un altro condannato.

Il percorso giudiziario di Christa Pike

La condanna di Christa Pike deriva dall’omicidio di Colleen Slemmer, diciannovenne compagna di corso in un istituto professionale. Insieme al fidanzato diciassettenne e a una complice, la donna attirò la vittima in un bosco per poi sottoporla a torture, inciderle un simbolo sul petto e causarne la morte con un blocco di asfalto.

Pike risultò l’unica condannata alla pena capitale, mentre il fidanzato ottenne l’ergastolo per via della minore età e la terza complice uscì dal carcere dopo pochi anni grazie alla collaborazione con gli inquirenti. Di recente la vicenda ha suscitato nuove polemiche poiché la difesa ha evidenziato che durante il processo originale i giudici non valutarono le violenze che la condannata aveva subito durante l’infanzia, elemento che la Corte Suprema non ha ritenuto sufficiente per bloccare l’ordine di esecuzione.