Gli ucraini vogliono la pace. Ma tra volere la fine della guerra ed essere disposti ad accettare qualsiasi condizione imposta da Vladimir Putin c’è una distanza enorme. È questa la fotografia che emerge dall’ultimo sondaggio del Kyiv International Institute of Sociology (KIIS), realizzato tra il 12 e il 21 settembre 2026 su 1.002 cittadini adulti residenti nei territori controllati dal governo di Kiev.
Il numero destinato a fare più rumore è il 75% degli intervistati che considera possibile avviare oggi negoziati con la Russia per mettere fine alla guerra. Solo il 21% rifiuta questa prospettiva, mentre il restante 4% non prende posizione. Ma lo stesso istituto mette in guardia da una lettura troppo semplice del risultato: agli intervistati è stato chiesto se accettassero l’idea di negoziare, non se fossero favorevoli a fare concessioni a Mosca.
Trattare con Putin non significa accettare le sue condizioni
La distinzione cambia completamente il significato politico del sondaggio. Dopo anni di guerra, bombardamenti, morti e distruzioni, una larga maggioranza della popolazione ucraina appare pronta a cercare una soluzione diplomatica. Questo, però, non significa consegnare a Putin tutto ciò che reclama.
Il dato diventa ancora più evidente quando il KIIS propone uno scenario concreto: cessate il fuoco immediato lungo l’attuale linea del fronte, nessun riconoscimento giuridico dei territori occupati come parte della Russia, prosecuzione del rafforzamento dell’esercito ucraino e mantenimento del percorso verso Unione europea e Nato. In questo caso il 69% degli intervistati accetterebbe lo stop ai combattimenti, contro il 22% contrario e il 9% degli indecisi.
È quindi una disponibilità alla trattativa che poggia su condizioni precise: congelare eventualmente la guerra, ma senza trasformare l’armistizio nel riconoscimento politico delle conquiste russe e senza privare Kiev della possibilità di difendersi in futuro.
Il Donbass resta la linea rossa per la maggioranza
Ancora più significativo è il confronto con un precedente scenario sottoposto agli intervistati tra luglio e agosto. Di fronte all’ipotesi di ritirare le truppe ucraine dal Donbass in cambio di generiche garanzie di sicurezza occidentali, soltanto il 32% si era dichiarato disposto ad accettare. Il 60% aveva invece respinto la proposta.
Quando alle garanzie astratte si sostituiscono impegni concreti, come maggiori forniture di armi e sostegno finanziario, il quadro cambia: il 59% accetta il congelamento del fronte e il 31% resta contrario. La questione centrale, dunque, non sembra essere semplicemente quanta parte del territorio Kiev possa perdere sul campo, ma quali garanzie riceverebbe l’Ucraina per evitare che una tregua diventi soltanto la pausa prima di una nuova offensiva.
Anche sulle prospettive finali del conflitto gli ucraini sembrano diventati più pragmatici. Il 41% considera realistico che il Paese riesca a conservare indipendenza e sovranità pur subendo perdite territoriali di fatto. Allo stesso tempo, il 53% continua a indicare scenari che prevedono la riconquista di almeno una parte dei territori occupati.
Pace sì, ma il 62% è ancora pronto a resistere
Il dato forse più sorprendente arriva però da un’altra domanda. Nonostante tre ucraini su quattro accettino ormai l’idea di negoziare con Mosca, il 62% afferma di essere disposto a sopportare la guerra per tutto il tempo necessario. Un altro 4% indica come orizzonte un ulteriore anno, mentre il 23% vorrebbe che il conflitto terminasse entro alcuni mesi o al massimo sei mesi.
Persino a Kiev, sottoposta alla pressione degli attacchi russi, il 72% degli intervistati sostiene di essere pronto a resistere per tutto il tempo necessario. E il 79% degli ucraini continua a credere che, alla fine, sarà il proprio Paese a vincere la guerra, anche se la quota di chi ne è assolutamente convinto è scesa dal 60% di luglio al 47% di settembre.
Il quadro che emerge è quindi più complesso di un semplice «gli ucraini vogliono negoziare». La stanchezza esiste e la disponibilità al compromesso cresce, ma non coincide con la volontà di resa. Come sintetizza Anton Grushetskyi, direttore esecutivo del KIIS, la popolazione appare disponibile anche a compromessi difficili, purché non diventino concessioni unilaterali o qualcosa che assomigli a una capitolazione.







