Il federatore doveva servire a evitare la guerra per il comando del campo largo. Il problema è che il federatore rischia di morire prima ancora di nascere e la guerra, quella politica tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, resta esattamente lì. Angelo Bonelli prova ormai da giorni a dire ad alta voce ciò che agita una parte del centrosinistra: lanciare le primarie senza avere prima costruito una vera piattaforma comune potrebbe non risolvere il problema della leadership, ma trasformarlo in uno scontro pubblico tra i due maggiori partiti della coalizione.
Il leader di Alleanza Verdi e Sinistra lo dice senza troppi giri di parole: «Penso che oggi le primarie, invece di creare convergenze, amplifichino le differenze». Per questo aveva proposto una soluzione diversa: individuare una terza figura sulla quale Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e le altre componenti dell’alleanza potessero raggiungere un accordo politico, evitando una sfida diretta tra Schlein e Conte.
Il tentativo, però, almeno per ora non ha funzionato. «Pensavo che si potesse raggiungere una sintesi alta, per superare la contrapposizione sulla leadership. Ma l’appello, a quanto pare, è caduto nel vuoto», ammette Bonelli. E subito dopo fotografa il nuovo scenario: «Prendo atto che il Pd intende andare avanti con le primarie».
Il federatore doveva evitare il duello Schlein-Conte
Dietro la discussione sul metodo c’è naturalmente una questione molto più concreta: chi guiderà il centrosinistra alle prossime elezioni politiche?
Bonelli aveva già spiegato il senso della propria proposta nei giorni scorsi. Alla domanda su chi sceglierebbe tra Schlein e Conte aveva risposto di avere stima per entrambi, indicando però come preferibile una «terza figura» individuata attraverso un’intesa politica. Non un candidato calato dall’alto all’ultimo momento, almeno nelle intenzioni, ma qualcuno capace di rappresentare una coalizione che continua a contenere culture politiche e posizioni molto differenti.
Nel frattempo intorno al possibile federatore è partito inevitabilmente il toto-nomi. Sono circolate, tra le altre, le ipotesi di Gaetano Manfredi, Silvia Salis, Roberto Gualtieri e Antonio Decaro, ma Bonelli adesso frena anche su questo: «Credo che non abbia senso fare nomi se non c’è accordo su questa proposta. Prima ci dovrebbe essere un’intesa politica».
Ed è proprio questo il punto. Prima ancora di scegliere il nome bisognerebbe stabilire se Pd, M5S, Avs e le altre forze che dovrebbero comporre l’alleanza vogliono davvero affidarsi a un candidato diverso dai rispettivi leader. Al momento quella disponibilità non emerge.
Bonelli: «Adesso avanti con i programmi»
Preso atto dello stallo, Bonelli prova quindi a cambiare il terreno della discussione: basta parlare di nomi e «avanti coi programmi».
Non è soltanto uno slogan. All’inizio di settembre Schlein, Conte, Bonelli e Nicola Fratoianni erano tornati insieme sullo stesso palco indicando alcuni primi punti comuni: salario minimo, congedo paritario, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e una proposta condivisa sull’energia. Ma proprio in quell’occasione era emerso quanto il programma comune fosse ancora un cantiere aperto.
Bonelli adesso mette sul tavolo almeno tre questioni sulle quali, secondo Avs, il campo largo dovrebbe trovare una sintesi. La prima riguarda la difesa: «Cancellare l’accordo sul 5 per cento del Pil per le spese militari fino al 2035». Per Avs quelle risorse dovrebbero andare invece a sanità, scuola, transizione ecologica ed energetica e alla riduzione del costo dell’energia.
La seconda questione riguarda i giovani e i redditi. Bonelli insiste sul numero crescente di ragazzi che lasciano l’Italia perché non trovano salari e prospettive adeguati. Anche nelle dichiarazioni rilasciate ad Ancona nelle ultime ore ha indicato tra le priorità l’aumento degli stipendi e delle pensioni, insieme a sanità pubblica, trasporti, scuola ed energia.
Il terzo terreno è quello ambientale, sul quale Avs vuole evidentemente imprimere il proprio marchio al programma della coalizione.
Ma la vera mina resta l’Ucraina
Mettere da parte per qualche settimana il nome del candidato premier, però, non elimina le differenze. Anzi, costringe il centrosinistra ad affrontare proprio quelle che finora ha cercato più faticosamente di tenere insieme.
Una delle più delicate riguarda l’Ucraina e le spese per la difesa. Nelle ultime settimane la posizione del Movimento 5 Stelle sullo stop al riarmo ha nuovamente acceso il confronto con settori del Pd, mentre Avs mantiene una linea fortemente critica sull’aumento delle spese militari.
È qui che la discussione sul federatore smette di essere una questione di nomi e diventa politica. Perché una coalizione può anche trovare un candidato capace di non scontentare nessuno, ma prima o poi deve decidere cosa farà se arriverà al governo: quale politica europea seguirà, quale posizione assumerà sull’Ucraina, quanto spenderà per la difesa, quali rapporti manterrà con la Nato e dove troverà le risorse per finanziare sanità, salari, scuola e transizione energetica.
E su questi punti il campo largo non parte da zero, ma non è neppure arrivato alla sintesi.
Le primarie rischiano di diventare il problema invece della soluzione
La preoccupazione di Bonelli nasce esattamente da qui. Tradizionalmente il centrosinistra ha utilizzato le primarie per risolvere il problema della leadership attraverso la partecipazione degli elettori. Questa volta, sostiene il leader di Avs, il meccanismo potrebbe produrre l’effetto contrario: cristallizzare le appartenenze e accentuare la competizione tra Pd e Movimento 5 Stelle proprio mentre servirebbe costruire una coalizione.
Il Movimento 5 Stelle ha sostenuto la necessità di una consultazione aperta, mentre anche dentro il Pd il dibattito sul metodo non è stato privo di distinguo. A fine agosto Antonio Decaro aveva definito «surreale» concentrarsi sul capo anziché spiegare agli elettori cosa farà il centrosinistra se vincerà; Fratoianni aveva espresso un concetto analogo chiedendo di smetterla di perdere tempo sulla leadership.
Bonelli oggi compie un passo ulteriore. Dice che avrebbe preferito evitare proprio quella battaglia, prende atto che la proposta del federatore non sta raccogliendo il consenso necessario e prova a riportare tutti sul programma.
Ma il problema che aveva cercato di aggirare rimane intatto: prima o poi il campo largo dovrà scegliere chi lo guiderà. E se davvero saranno le primarie a decidere, Schlein e Conte potrebbero trovarsi uno contro l’altra prima di dover convincere gli elettori a stare dalla stessa parte.







