Decreto sicurezza, bufera sul premio agli avvocati per il rimpatrio volontario: il governo si infila in un nuovo pasticcio sui migranti

Meloni e Piantedosi

Dopo il flop del cosiddetto modello Albania, il governo Meloni si ritrova travolto da una nuova polemica sul fronte migranti. A far esplodere il caso è una misura inserita nel decreto sicurezza durante il passaggio al Senato: un incentivo economico da 615 euro destinato all’avvocato che convinca il proprio assistito ad aderire al rimpatrio volontario. Una norma che ha innescato una reazione durissima non solo da parte delle opposizioni, ma anche dentro il mondo dell’avvocatura, con prese di posizione che rischiano di trasformare quello che per l’esecutivo doveva essere un tassello della linea dura in un clamoroso boomerang politico.

Il cuore della contestazione è semplice e, proprio per questo, esplosivo. Può un avvocato, chiamato per definizione a tutelare i diritti del proprio assistito, essere economicamente incentivato a orientarlo verso una scelta gradita al governo? È questa la domanda che in queste ore rimbalza tra Parlamento, associazioni forensi e magistratura, mentre il provvedimento non è ancora arrivato all’ultimo via libera della Camera ma ha già provocato uno scontro feroce.

Decreto sicurezza, la norma che accende la rivolta

La disposizione contestata è contenuta nell’articolo 30 bis, introdotto nella raffica di emendamenti approvati durante la maratona parlamentare a Palazzo Madama. La norma prevede che il ministero dell’Interno possa stipulare accordi per programmi di rimpatrio volontario, anche con il Consiglio nazionale forense. È qui che si annida, per opposizioni e avvocati, il punto più controverso di tutta la vicenda.

Il centrosinistra ha attaccato parlando di scenario “allarmante”, di misura “totalmente incostituzionale” e addirittura di una “taglia tipo Selvaggio West” pensata per rimandare a casa i migranti. Parole durissime, che fotografano il livello raggiunto dallo scontro. Debora Serracchiani, per il Pd, ha definito la misura “una vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti”, accusando il governo di usare l’ennesimo decreto non per garantire sicurezza ma per fare propaganda e comprimere diritti.

L’attacco più politico, e insieme più simbolico, è arrivato da Riccardo Magi di +Europa, che ha evocato un’Italia sempre più vicina ai modelli repressivi americani. Secondo il parlamentare, si tratterebbe di una deriva inquietante, una sorta di passo ulteriore verso una gestione muscolare dell’immigrazione in cui chi dovrebbe garantire tutela giuridica viene invece spinto in una direzione precisa dal premio economico.

L’avvocatura prende le distanze dal governo

Ma il punto che più imbarazza l’esecutivo è un altro. A dissociarsi con nettezza non sono stati solo i partiti di opposizione, ma gli stessi organismi dell’avvocatura. Ed è qui che la vicenda si complica davvero per il governo, perché viene meno quel fronte favorevole o quantomeno dialogante che in altre occasioni non era mancato.

Il presidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Greco, ha chiarito senza giri di parole che il Cnf non era stato informato della norma. “Noi non ne sapevamo nulla: né prima, né durante, né dopo”, ha spiegato, aggiungendo nella nota ufficiale che il Parlamento dovrebbe eliminare qualsiasi coinvolgimento del Consiglio nazionale forense, dal momento che le attività previste non rientrano nelle sue competenze. Una presa di distanza secca, che smonta di fatto l’idea di una condivisione istituzionale del meccanismo immaginato dal Viminale.

Ancora più dura, nelle stesse ore, la posizione dell’Organismo congressuale forense, che ha parlato di “forte stupore” e di “ferma contrarietà”, proclamando addirittura lo stato di agitazione dell’intera avvocatura. Un segnale pesante, perché arriva dal braccio più politico del sistema forense e fotografa una rottura profonda con l’impostazione del decreto sicurezza.

Il nodo costituzionale e il rischio boomerang

Anche l’Unione delle Camere penali si è schierata con toni molto netti, definendo la misura incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense. In sostanza, il ragionamento è questo: un avvocato non può essere “premiato” per spingere il proprio assistito verso una scelta che coincide con l’interesse dell’esecutivo, perché così si altera il rapporto fiduciario e si introduce un condizionamento economico in un terreno che dovrebbe restare impermeabile a qualunque pressione.

È proprio questo l’aspetto che trasforma la norma in una mina politica. Perché il governo, nel tentativo di irrigidire ulteriormente la propria linea sui migranti, si ritrova ora accusato di avere oltrepassato un confine delicatissimo: quello tra politiche di controllo dell’immigrazione e compressione dei diritti fondamentali. E il fatto che l’allarme arrivi da soggetti che conoscono bene i meccanismi della giustizia, oltre che dalle opposizioni, rende la questione ancora più insidiosa.

Il caso è ormai esploso ben oltre il perimetro tecnico del decreto. È diventato un simbolo, un terreno di scontro politico e culturale su cosa significhi oggi difesa, garanzia, tutela. E per Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi rischia di trasformarsi nell’ennesima prova che, quando si interviene in materia di immigrazione puntando tutto sulla durezza del messaggio, il confine tra propaganda e pasticcio normativo può diventare sottilissimo.