Nel panorama musicale italiano, portare un cognome pesante può essere un “passepartout” dorato o una condanna al pregiudizio. Mentre giovani artisti come Angelina Mango o Leo Gassmann hanno scelto di onorare la dinastia familiare mantenendo il proprio cognome, c’è chi ha deciso di fare tabula rasa. È il caso di Paolo Santo, un nome che ai più potrebbe suonare nuovo, ma che dietro di sé nasconde 70 dischi di platino e un albero genealogico da capogiro: è infatti figlio di Biagio Antonacci e Marianna Morandi. Dunque, nipote di Gianni Morandi.
Paolo Santo si è concesso una lunga intervista a FqMagazine, spiegando perché ha scelto di dire “no” ai cognomi dei genitori per rinascere indipendente come Paolo Santo, lanciando una sfida silenziosa al sistema dei “nepo babies”.
Il tritacarne del gossip
Per anni, Paolo ha lavorato nell’ombra, firmando alcune hit di Annalisa, Geolier e Achille Lauro. Solo ora ha deciso di metterci la faccia con l’album «Paolo Santo Superstar», ma senza usare il blasone di famiglia. Il motivo? Una questione di sopravvivenza mentale e artistica.
«L’idea di presentarmi come cantautore col mio cognome e finire in un tritacarne di gossip non era pensabile», ha confessato. Per Paolo, i nomi Antonacci e Morandi erano “ingombranti”, ostacoli fonetici e d’immagine che gli impedivano di essere autentico sul palco. Mentre altri colleghi usano il cognome per “riconoscersi” e farsi riconoscere dal pubblico, lui ha preferito lo spazio del “fantasma dell’opera”, costruendo una carriera basata solo sui risultati produttivi.
L’indulgenza verso i “figli di” è cambiata?
Il dibattito sui figli d’arte è ciclico, ma oggi sembra esserci una nuova indulgenza. Infatti, se nel 1989 la conduzione di Sanremo affidata ai “figli di” (Rosita Celentano, Danny Quinn, Paola Dominguín, Gianmarco Tognazzi) passò alla storia come un disastro epocale, oggi artisti come Tredici Pietro (fratello di Paolo, che ha scelto un nickname ma non nasconde la parentela) o la stessa Angelina Mango dominano le classifiche.
Tuttavia, Paolo Santo resta cauto: «Vero che in passato l’opinione pubblica emetteva sentenze definitive, oggi i ribaltamenti di fronte sono più veloci, però alla fine la qualità paga». La differenza, secondo l’autore, la fa il talento: il pubblico perdona il cognome illustre solo se supportato da canzoni che restano, citando come esempi negativi le “meteore” del passato che non hanno retto l’urto del tempo.
Affari di famiglia
Nonostante il rifiuto del cognome pubblico, il legame con le radici resta fortissimo nel privato e nel business. Paolo collabora strettamente con suo fratello Giovanni, ricalcando la dinamica professionale del padre Biagio con lo zio Graziano.
«Abbiamo una società di edizioni: lui si occupa delle cose burocratiche, io pontifico», spiega Paolo. In un’industria musicale definita brutalmente come un covo di «mangiamorte» (citando Harry Potter), la famiglia diventa un rifugio sicuro, a patto che resti fuori dalla dinamica del gossip. Un approccio quasi biblico: «Non ha senso andare al tempio se prima non sei a posto con tuo fratello».
Il debutto di Paolo Santo
L’album del debutto ufficiale, dopo “l’età doro” del 2024, è un’opera pop elegante che strizza l’occhio agli anni Sessanta e ai Cigarettes After Sex. Sette brani, come i sette sacramenti, che raccontano un percorso di crescita personale. Il titolo richiama il celebre film che lo ha segnato da bambino, a conferma che la creatività, per Paolo, è una faccenda legata all’infanzia e non alle strategie di marketing legate a un cognome famoso.
La sua scelta segna un nuovo confine nella musica italiana, ovvero che si può essere “figli di” senza essere prodotti da esposizione, dimostrando che, a volte, per brillare davvero bisogna avere il coraggio di staccarsi e cambiare nome.







