Una copertina rossa dentro una culla. Accanto, un peluche di Bugs Bunny dal sorriso innocente. È una delle immagini più drammatiche raccolte dagli investigatori nell’inchiesta sulla morte di Beatrice, la bambina di appena due anni deceduta lo scorso 9 febbraio a Bordighera (imperia). Secondo gli inquirenti, proprio quella copertina sarebbe stata utilizzata per avvolgere il corpo della piccola dopo il decesso.
Le fotografie acquisite agli atti raccontano un quadro agghiacciante: lividi diffusi su tutto il corpo, dal volto ai piedi, e ciocche di capelli strappate. Immagini che, secondo la Procura di Imperia, documentano settimane di violenze e sofferenze.
Nelle 54 pagine della relazione depositata dalla pm Veronica Meglio si legge che “per più di un mese Beatrice ha sempre avuto il volto deturpato da vistose ed estese ecchimosi”. Un quadro che, secondo l’accusa, sarebbe stato sotto gli occhi di familiari e conviventi senza che venissero richiesti i necessari interventi sanitari.
L’agonia durata tre giorni
Gli accertamenti indicano che la piccola avrebbe affrontato almeno 72 ore di agonia prima di morire. Un lungo intervallo durante il quale nessuno avrebbe chiamato i soccorsi. La bambina si trovava nell’abitazione di Perinaldo dove, secondo quanto emerge dall’inchiesta, nelle ore precedenti al decesso si sarebbero consumati alcolici e sostanze stupefacenti.
Per la morte della piccola sono stati arrestati la madre, Emanuela Aiello, e il compagno Emanuel Iannuzzi. Entrambi sono accusati di maltrattamenti aggravati dalla morte della vittima.
Durante l’interrogatorio di garanzia, Iannuzzi, 42 anni, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ha dichiarato soltanto di essere profondamente sconvolto dalla vicenda.
Diversa la posizione della madre della bambina, che davanti al giudice ha negato di aver mai picchiato Beatrice o le altre due figlie. La donna ha inoltre sostenuto di non aver mai assistito a episodi di violenza nei confronti delle minori. Dopo pochi minuti di interrogatorio, visibilmente provata, ha interrotto le dichiarazioni.
Le parziali ammissioni della madre
Emanuela Aiello ha però ammesso di aver lasciato le figlie da sole in alcune occasioni per trascorrere del tempo con il compagno. Ha inoltre confermato l’uso di alcol e droga iniziato dopo l’inizio della relazione, pur negando qualsiasi forma di abuso.
Particolarmente forte la sua reazione quando gli investigatori le hanno mostrato alcune fotografie della piccola conservate nel cellulare di Iannuzzi. Immagini che, secondo quanto dichiarato dalla donna, non avrebbe mai visto prima.
Il ruolo della sorella maggiore
Tra gli elementi più significativi dell’inchiesta emerge il comportamento della sorella maggiore di Beatrice, appena nove anni. La Procura sottolinea la maturità dimostrata dalla bambina, che avrebbe seguito costantemente le condizioni della sorellina.
Secondo gli atti, tra la fine di dicembre e i primi giorni di febbraio la piccola avrebbe fotografato ripetutamente il volto tumefatto di Beatrice per inviare le immagini alla madre e aggiornarla sul suo stato di salute. Le fotografie mostrerebbero chiaramente le ecchimosi e i segni delle lesioni.
I messaggi e gli audio sotto esame
L’inchiesta si concentra anche su una serie di messaggi e registrazioni vocali attribuiti a Emanuel Iannuzzi. Nelle conversazioni emergerebbero espressioni offensive e denigratorie rivolte alle bambine, oltre a commenti ritenuti dagli investigatori particolarmente gravi alla luce delle condizioni di Beatrice.
Materiale che, secondo gli inquirenti, contribuisce a delineare il clima familiare nel quale la piccola sarebbe stata costretta a vivere nelle settimane precedenti alla morte.
Il dubbio delle sorelline
Dopo il decesso di Beatrice, le due sorelle sono state accolte in una struttura protetta. Nonostante il trauma subito, le bambine avrebbero continuato a manifestare affetto nei confronti della madre.
Solo in un’occasione, parlando con un’operatrice, sarebbe emersa una domanda destinata a restare impressa negli atti dell’indagine: “Ma davvero si può morire cadendo dalle scale?”.
Un interrogativo che richiama la spiegazione fornita ai soccorritori per giustificare i numerosi lividi sul corpo di Beatrice. Una versione che oggi è al centro delle verifiche della magistratura.







