Marco Rizzo cacciato dal partito che aveva fondato: la parabola del comunista finito sempre più a destra tra Vannacci, Putin e sovranismo

Marco Rizzo

Marco Rizzo è riuscito nell’impresa di diventare troppo a destra perfino per il partito sovranista che aveva fondato. Democrazia Sovrana Popolare lo ha estromesso dopo mesi di tensioni, accuse reciproche e divergenze sempre più profonde sulla linea politica. Il vecchio dirigente comunista, che per anni aveva guidato il movimento come leader indiscusso, si prepara ora a ripartire con una nuova formazione ancora più radicale, più vicina a Roberto Vannacci, più apertamente filorussa e ancora più ostile a tutto ciò che definisce “mainstream”.

La rottura chiude una parabola politica iniziata nel Pci e proseguita attraverso Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, il Parlamento europeo e una lunga serie di sigle costruite attorno al mito della sovranità nazionale. Negli ultimi anni Rizzo ha però spinto quella traiettoria molto oltre il tradizionale euroscetticismo della sinistra radicale. Ha abbracciato parole d’ordine della destra identitaria, ha sostenuto la remigrazione, ha negato l’emergenza climatica, ha difeso Vladimir Putin e ha cercato un’intesa con figure provenienti dalla destra postfascista.

Il risultato finale appare quasi inevitabile: il partito nato per unire comunismo, sovranismo e protesta antisistema non ha retto l’ennesimo spostamento verso destra del proprio fondatore.

Dalla militanza comunista al sovranismo rosso-bruno

Rizzo viene da una storia politica diversa rispetto a quella dei nuovi agitatori della destra radicale. Ha conosciuto il Pci, ha militato con Armando Cossutta, ha ricoperto incarichi parlamentari e ha costruito la propria identità attorno a una visione classista, austera e profondamente legata alla tradizione comunista.

Quella formazione gli ha consentito per anni di parlare a un pezzo di elettorato popolare rimasto senza rappresentanza dopo la dissoluzione della sinistra novecentesca. Rizzo ha intercettato la rabbia delle periferie, la sfiducia verso l’Unione europea, il rifiuto della globalizzazione e l’ostilità verso le élite economiche.

Col tempo, però, il suo linguaggio ha iniziato a confondere sempre più spesso categorie di destra e di sinistra. Alla critica del capitalismo ha affiancato il nazionalismo, alla difesa del lavoro ha aggiunto la retorica contro l’immigrazione, all’antiamericanismo ha sovrapposto un sostegno crescente alla Russia di Putin. Il comunismo ha smesso di rappresentare un progetto politico e ha iniziato a funzionare come marchio identitario all’interno di un’offerta sovranista molto più ampia.

Democrazia Sovrana Popolare nasceva proprio da questa contaminazione. Ma anche quella formula, alla fine, non è bastata a contenere la radicalizzazione del suo leader.

Vannacci, Alemanno e il nuovo campo politico

Il punto di rottura più evidente riguarda il rapporto con Roberto Vannacci. Rizzo ha visto nel generale un possibile punto di riferimento per costruire un fronte antisistema capace di superare la divisione tra destra e sinistra. Una scelta che molti dirigenti del suo stesso movimento hanno giudicato incompatibile con la storia e con l’identità della formazione.

L’avvicinamento a Gianni Alemanno aveva già indicato la direzione. L’ex sindaco di Roma, proveniente dalla destra missina, e il vecchio comunista torinese avevano trovato un terreno comune nell’opposizione alla Nato, nel sostegno a Mosca, nella critica all’Unione europea e nel rifiuto del liberalismo occidentale.

Con Vannacci, però, Rizzo ha compiuto un passo ulteriore. Ha accettato la grammatica della destra identitaria e ha mostrato disponibilità verso temi come la remigrazione, la battaglia contro il politicamente corretto e la difesa di un’idea etnica e tradizionale della nazione.

La linea ha provocato una frattura definitiva. Una parte di Democrazia Sovrana Popolare voleva conservare almeno un legame con la tradizione socialista, pacifista e popolare. Rizzo puntava invece a costruire un soggetto ancora più largo e spregiudicato, disposto a raccogliere ogni forma di protesta contro il sistema.

Il personaggio ha divorato il dirigente politico

Negli ultimi anni Rizzo ha progressivamente trasformato la propria attività politica in una presenza permanente nei talk show, nei podcast e sui social. Le provocazioni hanno spesso sostituito l’elaborazione, mentre il linguaggio ha assunto toni sempre più aggressivi, sessisti e caricaturali.

Ha lanciato il movimento Figa, rivendicando provocatoriamente il proprio gusto per “la gnocca”. Ha insultato giornalisti e conduttori televisivi, ha litigato con Alessandra Mussolini e Maurizio Gasparri, ha cercato visibilità attraverso battute costruite per generare polemiche immediate.

Il personaggio ha finito per oscurare il politico. L’ex dirigente comunista che rivendicava rigore, disciplina e rappresentanza sociale ha lasciato spazio a un tribuno televisivo attratto dallo scontro permanente.

Anche il suo stesso partito ha iniziato a percepire quella strategia come un limite. Democrazia Sovrana Popolare voleva presentarsi come un soggetto politico organizzato. Rizzo continuava invece a muoversi come un leader personale, libero di cambiare alleanze, linguaggio e obiettivi senza mediazioni interne.

Cacciato dal partito che aveva costruito

L’espulsione assume quindi un valore simbolico molto più ampio di una normale scissione. Rizzo non lascia un movimento marginale al quale aveva aderito da poco. Perde il controllo della creatura politica che aveva contribuito a fondare e guidato fino al giorno precedente.

La rottura dimostra quanto il progetto sovranista rosso-bruno fatichi a trovare un equilibrio stabile. Le diverse componenti condividono l’avversione verso l’Europa, la Nato, gli Stati Uniti e i partiti tradizionali, ma divergono su tutto il resto: identità nazionale, diritti civili, immigrazione, rapporto con il fascismo, ruolo dello Stato e collocazione internazionale.

Rizzo ha scelto di risolvere queste contraddizioni spostandosi sempre più a destra. I suoi ex compagni hanno deciso che la deriva aveva superato il limite. Ora annuncia un nuovo partito e rivendica ancora una volta il ruolo di uomo scomodo, escluso dai tavoli che contano e pronto a combattere contro tutti. È una narrazione che ripete da anni e che gli consente di trasformare ogni sconfitta in una prova della propria diversità.

La fine malinconica di una storia politica

La vicenda di Marco Rizzo non rappresenta soltanto l’ennesima macchietta della politica italiana. Racconta anche la dissoluzione di una parte della cultura comunista, incapace di trasformare la rabbia sociale in un progetto moderno e finita per consegnarla alla destra radicale.

Rizzo possedeva una storia, una formazione e un linguaggio che avrebbero potuto consentirgli di rappresentare il disagio popolare senza inseguire il nazionalismo identitario. Ha preferito invece sommare Putin, Vannacci, Alemanno, il negazionismo climatico, la remigrazione e la provocazione permanente.

Alla fine, perfino i sovranisti lo hanno considerato troppo spostato a destra. Lui ripartirà ancora una volta con una nuova sigla, un nuovo simbolo e la stessa promessa di combattere il sistema. Ma la parabola appare ormai chiara: il comunista che voleva restare irriducibile ha finito per diventare la caricatura del mondo che diceva di voler combattere.