Otto anni separano il programma elettorale di Fratelli d’Italia del 2018 dalla piattaforma 2027-2037 di Futuro Nazionale, eppure sovranità, famiglia, immigrazione, sicurezza e identità continuano a ricorrere, con Vannacci che spinge alcune di quelle battaglie verso posizioni più nette e lascia aperta la porta alla premier. Se quella porta un giorno si aprisse davvero, il problema si sposterebbe altrove: Zaia sta riportando la Lega verso Nord e alle proprie radici autonomiste, Occhiuto rivendica dal Mezzogiorno uno spazio liberale e riformista, mentre intorno a Forza Italia continua ad affacciarsi Marina Berlusconi, la “Zarina” soltanto per metafora, senza incarichi formali nel partito ma abbastanza presente nel dibattito da essere stata chiamata direttamente in causa da Vannacci.
Zaia, Occhiuto e Marina Berlusconi
Se Giorgia Meloni e Roberto Vannacci scoprissero di avere molte più cose in comune di quante ne raccontino oggi le rispettive convenienze politiche, la domanda non sarebbe più soltanto se i due possano un giorno sedersi allo stesso tavolo, ma chi finirebbe per trovarsi dall’altra parte di quel tavolo, perché una eventuale convergenza, ancora tutta da dimostrare e che nessuno può oggi raccontare come un accordo in preparazione, modificherebbe inevitabilmente il problema: Roberto Occhiuto continuerebbe a sostenere che il centrodestra debba cercare nuovi consensi rafforzando la propria componente liberale e riformista anziché spostandosi ulteriormente verso Futuro Nazionale?
Luca Zaia, che a Pontida ha riportato la Lega all’autonomia, al federalismo e perfino alla vecchia definizione di un movimento «né di destra né di sinistra», quale collocazione immaginerebbe per quella parte del Carroccio che continua a considerare il Nord il proprio territorio politico di riferimento? E Marina Berlusconi, che non guida Forza Italia e non siede nei suoi organismi ma il cui nome riemerge puntualmente quando si discute dell’identità e del futuro del partito fondato da suo padre, potrebbe davvero continuare a osservare la partita dall’esterno?
I segnali che alimentano il nuovo scenario politico
Solitanto pochi mesi fa domande del genere avrebbero avuto il sapore della fantapolitica, mentre oggi esistono documenti, dichiarazioni e movimenti politici che consentono almeno di formularle, senza trasformare l’analisi in una previsione: Vannacci ha messo nero su bianco una propria piattaforma e il 2 settembre ha definito Futuro Nazionale «il naturale interlocutore» dell’attuale centrodestra, precisando di essere disponibile al confronto con le forze disposte a riconoscersi nei suoi principi; Occhiuto, presidente della Calabria ma anche vicesegretario nazionale di Forza Italia, ha indicato una direzione opposta, sostenendo che la coalizione potrebbe risultare più competitiva proprio mantenendosi distinta dalla «destra populista» di Futuro Nazionale e rafforzando invece la propria anima liberale e riformista; Zaia, infine, ha utilizzato il palco simbolicamente più importante della Lega per ricordare che autonomia, federalismo e questione settentrionale appartengono ancora al patrimonio politico del movimento.
Zaia al Nord e Occhiuto al Sud
È come se, mentre la scena continua a essere occupata dal rapporto fra Meloni e Vannacci, ai margini dell’inquadratura stessero lentamente diventando più nitide altre due figure, diverse tra loro per storia, territorio e collocazione partitica ma accomunate dal fatto di indicare una direzione che non coincide con una semplice radicalizzazione della destra: Zaia al Nord, Occhiuto al Sud, non come protagonisti di un’alleanza che non esiste e che sarebbe arbitrario inventare, ma come interpreti di due culture politiche che potrebbero acquistare un peso differente proprio qualora Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale decidessero un giorno di verificare quanto siano realmente compatibili.
Dal programma di Fratelli d’Italia del 2018 a Futuro Nazionale
Per capire perché questa ipotesi non possa essere liquidata con una battuta bisogna tornare al 2018, quando Giorgia Meloni guidava un Fratelli d’Italia molto più piccolo di quello attuale ma aveva già costruito gran parte della grammatica politica che avrebbe accompagnato la crescita successiva: famiglia, natalità, identità nazionale, sicurezza, sovranità, controllo dell’immigrazione e difesa dei confini erano già punti centrali di una proposta nella quale comparivano la «famiglia naturale», il quoziente familiare, gli incentivi alla natalità e una concezione della nazione che rivendicava un recupero di sovranità rispetto ai vincoli sovranazionali, in un momento in cui FdI non aveva ancora sperimentato quella distanza, spesso enorme, che separa ciò che un partito può sostenere all’opposizione da ciò che un governo riesce effettivamente a realizzare.
La piattaforma 2027-2037 e le battaglie di Vannacci
Otto anni dopo Futuro Nazionale costruisce la propria Base ideologica e programmatica per l’Italia del futuro 2027-2037 intorno ad alcuni degli stessi assi, dichiarando esplicitamente che il documento oggi disponibile rappresenta soltanto i primi due terzi di un progetto destinato a coprire due legislature e ponendo al centro nazione, sovranità, identità, immigrazione, famiglia e sicurezza, ma sviluppandoli dentro una cornice più marcatamente identitaria e con strumenti che appartengono specificamente al progetto vannacciano; non siamo dunque davanti a due programmi sovrapponibili, perché cambiano il contesto storico, il grado di responsabilità politica e una parte rilevante delle soluzioni proposte, ma la parentela di alcuni temi rende assai meno artificiale la domanda sulla possibilità che quelle due destre, oggi concorrenti, possano trovare domani un terreno sul quale discutere.
Meloni al governo e Vannacci alla ricerca di uno spazio politico
La vera differenza sta forse proprio negli otto anni trascorsi fra i due documenti, perché Meloni nel frattempo ha attraversato il confine che separa l’identità dalla responsabilità di governo e ha dovuto confrontarsi con l’Unione europea, i vincoli di bilancio, le alleanze internazionali e una maggioranza composta da partiti che non condividono necessariamente la stessa cultura politica, mentre Vannacci si trova nella fase opposta, quella nella quale una forza appena nata può definire più nettamente il proprio profilo, accentuare le differenze e sostenere che alcune delle vecchie battaglie della destra siano state progressivamente attenuate proprio dall’esercizio del potere; per questo il confronto fra i due non riguarda soltanto ciò in cui credono, ma la misura in cui quelle convinzioni possano diventare azione di governo senza essere trasformate dalle mediazioni che inevitabilmente accompagnano Palazzo Chigi.
Vannacci lascia aperta la porta a Meloni
È però lo stesso Vannacci a impedire che questo rapporto venga raccontato soltanto come uno scontro, perché quando gli è stato chiesto esplicitamente di una possibile alleanza con Giorgia Meloni non ha chiuso la porta, ma ha definito Futuro Nazionale «il naturale interlocutore» di quella che ha chiamato un’alleanza «sbiadita di centrodestra», spiegando che il proprio movimento sarebbe disponibile a discutere con chi accettasse di ritrovarsi nei suoi principi e arrivando, nella stessa intervista, a considerare possibile persino un eventuale sostegno futuro a Meloni per il Quirinale; nulla di tutto questo costituisce l’annuncio di una trattativa, ma è sufficiente per stabilire un dato: dal punto di vista di Futuro Nazionale, il confine con l’area guidata dalla presidente del Consiglio non viene considerato invalicabile.
Occhiuto e il centrodestra tra liberalismo e riformismo
Ed è precisamente qui che il discorso smette di riguardare soltanto Meloni e Vannacci, perché se un giorno la compatibilità programmatica diventasse la premessa per una verifica politica, toccherebbe agli altri spiegare quale centrodestra vogliono costruire, e Roberto Occhiuto ha già scelto parole che difficilmente possono essere interpretate come una semplice presa di posizione occasionale: il 24 settembre, alla vigilia delle suppletive di Reggio Calabria, ha sostenuto che la coalizione sarebbe nelle condizioni di vincere soprattutto rimanendo distinta dalla «destra populista di Futuro nazionale», ha osservato che «la politica è una cosa, l’aritmetica un’altra» e ha indicato come alternativa il rafforzamento di quella parte «riformista» e «liberale» che considera oggi insufficientemente rappresentata, arrivando a presentare il risultato reggino come possibile «bussola» per il centrodestra nazionale sul terreno delle alleanze.
La sfida di Forza Italia secondo Occhiuto
Parole pronunciate dalla Calabria ma rivolte evidentemente molto più lontano, perché Occhiuto non sta proponendo un partito meridionalista né costruendo una rivendicazione del Sud contro il Nord, ma utilizza il proprio ruolo di vicesegretario nazionale di Forza Italia e quello di presidente di Regione per porre una questione che riguarda l’intera coalizione: se alla destra di Meloni cresce un soggetto identitario capace di conquistare consenso, la risposta deve necessariamente consistere nell’avvicinarsi a quel soggetto oppure esiste, dall’altra parte, uno spazio elettorale e culturale fatto di liberalismo, riformismo, professioni, impresa e moderazione che può essere recuperato? È questa la domanda politica contenuta nelle dichiarazioni di Occhiuto, molto più del semplice confronto personale con Vannacci.
Zaia riporta la Lega alle radici autonomiste
Quasi contemporaneamente, centinaia di chilometri più a Nord, Luca Zaia ha riaperto una questione diversa ma per alcuni aspetti complementare, perché sul prato di Pontida non ha annunciato scissioni, non ha sfidato formalmente Matteo Salvini e, interrogato sulla possibilità di diventare segretario, ha ricordato che «un segretario c’è già», ma ha nello stesso tempo ribadito che i territori di riferimento della Lega dovrebbero rimanere quelli del Nord, ha chiesto che accanto alla questione meridionale venga riconosciuta una questione settentrionale e, dal palco, ha recuperato una parte quasi archeologica del lessico leghista, ricordando che il movimento nacque come forza «liberale, non liberticida», per l’autonomia e il federalismo, e sostenendo ancora una volta che la Lega non sarebbe «né di destra né di sinistra».
Il Nord, l’autonomia e il futuro della Lega
Non basta naturalmente questo per trasformare Zaia nel leader di una corrente già organizzata o per attribuirgli progetti che non ha annunciato, ma è sufficiente per osservare che, mentre Vannacci tenta di consolidare uno spazio identitario nazionale e Meloni governa un partito che della dimensione nazionale ha fatto uno dei propri elementi fondativi, dentro la Lega torna a farsi sentire una sensibilità che chiede territori, autonomia, Nord e federalismo, cioè esattamente quelle categorie che avevano caratterizzato il Carroccio prima della lunga trasformazione salviniana.
Zaia e Occhiuto, due domande per il centrodestra
Zaia al Nord e Occhiuto al Sud, allora, non come coppia politica già costituita ma come rappresentazione di due problemi che potrebbero improvvisamente comunicare tra loro qualora l’asse del centrodestra si spostasse ancora verso destra: il primo chiede che la nazionalizzazione non cancelli territori e autonomia, il secondo sostiene che l’allargamento della coalizione non debba cancellare liberalismo e moderazione, ed entrambi, per ragioni diverse, pongono una questione di equilibrio proprio mentre Meloni e Vannacci mostrano di avere meno distanza programmatica di quanta ne faccia immaginare lo scontro quotidiano.
Marina Berlusconi e l’eredità di Forza Italia
Ed è a questo punto che compare Marina Berlusconi, cioè quella “Zarina” che può esistere soltanto come metafora giornalistica, perché non guida Forza Italia, non siede nei suoi organismi e non ha annunciato alcuna intenzione di assumere un incarico politico, ma il cui peso simbolico nell’universo costruito da Silvio Berlusconi è sufficiente perché il suo nome finisca puntualmente dentro il dibattito ogni volta che si discute dell’identità futura del partito.
Vannacci chiama direttamente in causa Marina Berlusconi
Il paradosso più interessante è che a riconoscere indirettamente questa rilevanza sia stato proprio Vannacci, quando il 25 maggio, rispondendo alle domande dei giornalisti su presunti veti nei suoi confronti, reagì chiedendo «Chi è Marina Berlusconi?» e quale ruolo avesse in Forza Italia, per poi aggiungere che non gli risultava facesse politica; un attacco costruito per negarne il ruolo che, proprio perché rivolto pubblicamente a lei e non a un dirigente azzurro, contribuiva però a collocarla dentro la contesa politica che il generale sosteneva non dovesse riguardarla.
Il possibile rinnovamento liberal di Forza Italia
Qualche settimana più tardi, quando Attilio Pierro e Davide Bergamini lasciarono Forza Italia per Futuro Nazionale, furono fonti vicine ad Arcore — e questa distinzione deve rimanere chiarissima, perché non si trattò di una dichiarazione personale di Marina Berlusconi — a far sapere che la presidente di Fininvest non sarebbe stata preoccupata da quelle uscite, attribuite piuttosto a precedenti scelte che avevano portato nel partito persone non pienamente riconducibili ai suoi «valori fondamentali»; due giorni dopo, una ricostruzione dell’ANSA indicava inoltre Marina come la possibile regista «sottotraccia» di un rinnovamento di Forza Italia soprattutto in chiave liberal, collegandolo anche alla prospettiva di nuove candidature in vista delle Politiche.
L’ipotesi di un nuovo spazio liberale e riformista
E qui la coincidenza con il discorso di Occhiuto diventa giornalisticamente interessante, senza che sia necessario inventare un’intesa della quale non esiste alcuna evidenza: da una parte il vicesegretario nazionale di Forza Italia sostiene apertamente che lo spazio da rafforzare sia quello liberale e riformista, dall’altra ricostruzioni provenienti dall’universo berlusconiano attribuiscono a Marina un interesse per il rinnovamento liberal del partito, mentre Zaia, dalla Lega, torna a parlare di una cultura autonomista e perfino liberale che non si riconosce completamente dentro una destra nazionale e identitaria.
L’ipotesi del “nuovo centro italiano”
È proprio da questa geometria che nasce, come provocazione analitica e non come nome di un soggetto politico esistente, l’idea di un “nuovo centro italiano”: nessuno lo ha fondato, Zaia e Occhiuto non hanno annunciato progetti comuni, Marina Berlusconi non è scesa in campo e descriverli oggi come componenti di un’operazione concordata significherebbe trasformare un’ipotesi giornalistica in una notizia inesistente, ma lo spazio politico al quale potrebbero rivolgersi alcune di quelle sensibilità merita di essere osservato, soprattutto se l’altra metà del centrodestra dovesse davvero cominciare a discutere di una convivenza tra Meloni e Vannacci.
Quale spazio per liberalismo, autonomia e moderazione?
Non sarebbe necessariamente il vecchio centro, né una riedizione delle formazioni centriste che hanno attraversato la Seconda Repubblica, perché dentro quello spazio potrebbero convivere culture differenti — il Nord produttivo e autonomista di Zaia, il liberalismo riformista rivendicato da Occhiuto, la tradizione berlusconiana che Marina continua inevitabilmente a rappresentare sul piano familiare e imprenditoriale — accomunate non dall’esistenza di un progetto già definito, che oggi non c’è, ma dalla necessità di rispondere alla stessa domanda: quale rappresentanza offrire agli elettori che si riconoscono nell’attuale centrodestra ma non desiderano necessariamente seguirne un ulteriore spostamento sul terreno identitario?
Uno spazio politico ancora tutto da definire
La storia politica italiana ha mostrato molte volte che gli spazi arrivano prima dei partiti che eventualmente li occupano, perché prima compaiono le parole, poi emergono le personalità capaci di interpretarle e soltanto alla fine, quando le condizioni lo consentono, nascono le organizzazioni; oggi siamo ancora molto prima di quell’ultimo passaggio e proprio per questo sarebbe sbagliato annunciare ciò che non esiste, ma sarebbe altrettanto riduttivo non accorgersi che il sistema sta producendo contemporaneamente interrogativi che fino a qualche mese fa sembravano appartenere a storie separate.
Meloni, Vannacci, Zaia, Occhiuto e Marina Berlusconi
Meloni deve governare e preservare l’unità della coalizione, Vannacci cerca di consolidare una destra più identitaria senza escludere il dialogo con la premier, Zaia ricorda alla Lega che la trasformazione nazionale non può cancellare completamente Nord, autonomia e federalismo, Occhiuto sostiene che un centrodestra competitivo abbia bisogno anche di un forte spazio liberale e riformista, mentre Marina Berlusconi, senza tessere da distribuire né congressi da convocare, continua a vedere il proprio nome riemergere ogni volta che qualcuno si interroga su ciò che diventerà Forza Italia dopo Silvio Berlusconi.
La domanda sul futuro del centrodestra
A quel punto la domanda iniziale non basta più, perché non si tratta soltanto di capire se Meloni e Vannacci possano un giorno stare insieme, ma di chiedersi che cosa diventerebbe il centrodestra qualora decidessero davvero di provarci e, soprattutto, quale spazio si aprirebbe per chi ritenesse quella nuova sintesi troppo distante dalla propria cultura politica.
Zaia, Occhiuto e Marina davanti a un possibile nuovo scenario
Ed è lì che Zaia smetterebbe di essere soltanto l’uomo che ricorda alla Lega le proprie origini, Occhiuto non sarebbe più soltanto il governatore calabrese che invita Forza Italia a guardare verso il centro e Marina Berlusconi, la “Zarina” senza corona politica, dovrebbe decidere se continuare a osservare una partita che, qualora arrivasse davvero a quel punto, riguarderebbe inevitabilmente anche l’eredità politica lasciata da suo padre. Il “nuovo centro italiano” oggi non esiste. La domanda politica che potrebbe farlo nascere, invece, ha già cominciato a circolare.







