A volte un muro è soltanto un muro, una freccia indica semplicemente dove devono lavorare gli operai e persino la parola «fascia» può non avere nulla a che vedere con il fascismo. A Pisa due esponenti di primo piano del Partito democratico lo hanno scoperto nel modo peggiore, dopo aver denunciato pubblicamente alcune scritte comparse sulla facciata di una scuola e averle interpretate come slogan di estrema destra.
Protagonisti della gaffe sono la senatrice del Pd Ylenia Zambito e il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Antonio Mazzeo. Davanti alle scritte tracciate sul muro esterno dell’edificio scolastico, accompagnate da alcune frecce, entrambi hanno pensato a un nuovo episodio di propaganda fascista e hanno affidato ai social la propria indignazione.
Peccato che il fascismo non c’entrasse nulla.
La scuola sta infatti per diventare un cantiere e le scritte rappresentavano semplicemente indicazioni tecniche relative ai lavori per la realizzazione di un cappotto termico. Quel «Sì fascia» che aveva fatto scattare l’allarme indicava agli addetti dove intervenire sulla parete.
Quando l’equivoco è diventato evidente, i post hanno iniziato a sparire e sono arrivate le scuse. Ma nel frattempo la rete aveva già fatto il proprio lavoro.
Quel «Sì fascia» interpretato come un messaggio politico
La vicenda nasce davanti a una scuola pisana sulla quale dovranno partire alcuni interventi edilizi. Come accade normalmente prima dell’apertura di un cantiere, sulle pareti sono comparsi segni, frecce e brevi annotazioni destinate agli operai.
Tra queste spiccava la scritta «Sì fascia», con una freccia. Poco distante comparivano altre indicazioni grafiche.
Qualcuno le ha interpretate come simboli politici e la segnalazione ha cominciato a circolare. La vicenda ha quindi raggiunto esponenti locali e regionali del Pd, che hanno rilanciato l’allarme senza verificare prima la natura delle scritte.
Zambito e Mazzeo hanno denunciato pubblicamente quello che ritenevano un episodio di inneggiamento al fascismo. Anche un consigliere comunale democratico aveva inizialmente seguito la stessa interpretazione.
La realtà era molto meno inquietante e decisamente più prosaica: non erano passati i nostalgici del Ventennio. Erano passati i tecnici del cantiere.
Nessuna svastica: erano i segni degli operai
A rendere ancora più surreale l’equivoco è stata l’interpretazione di alcuni segni presenti sulla facciata, scambiati per simboli riconducibili all’estrema destra.
Anche in questo caso la spiegazione aveva natura esclusivamente edilizia. Le frecce servivano a indicare i punti sui quali intervenire e le annotazioni riguardavano la preparazione della parete per il cappotto termico.
Il famoso «Sì fascia», dunque, non rappresentava un’esortazione politica e non nascondeva nemmeno un improbabile gioco di parole fascista. Indicava semplicemente che in quel punto la parete doveva essere fasciata.
Una verifica con chi segue il cantiere sarebbe probabilmente bastata a chiudere la storia prima ancora che cominciasse. Invece la denuncia è finita sui social e da quel momento l’errore è diventato molto più difficile da fermare.
Vannacci si infila immediatamente nella gaffe
A cogliere al volo l’occasione è stato Roberto Vannacci, che ha rilanciato i post degli esponenti democratici trasformando l’equivoco in un caso politico.
La storia aveva del resto tutti gli ingredienti per diventare virale: una denuncia antifascista, una scritta equivocata, esponenti istituzionali che intervengono pubblicamente e la scoperta finale che dietro il presunto rigurgito del Ventennio c’era soltanto un intervento di efficientamento energetico.
In poche ore migliaia di utenti hanno cominciato a commentare e ironizzare sulla vicenda. A quel punto per gli esponenti democratici non restava molto altro da fare che riconoscere l’errore.
E così è avvenuto.
Zambito e Mazzeo chiedono scusa
Sia Ylenia Zambito sia Antonio Mazzeo hanno fatto marcia indietro e pubblicato le proprie scuse, riconoscendo di avere interpretato male le indicazioni presenti sulla scuola.
La senatrice ha spiegato di essere caduta nell’errore per un «eccesso di preoccupazione per i rigurgiti fascisti che proliferano a Pisa e nel Paese», sostenendo che quella stessa preoccupazione mancherebbe invece alla destra quando compaiono autentici simboli o messaggi inneggianti al fascismo.
Mazzeo ha seguito una linea simile. Dopo aver ammesso lo sbaglio, ha invitato la destra a mostrare la stessa rapidità nel prendere le distanze dai veri episodi di esaltazione del fascismo e del nazismo, ricordando casi avvenuti nelle settimane precedenti anche a Pisa.
Una precisazione politicamente comprensibile, che però non modifica la sostanza dell’episodio: questa volta il fascismo non c’era.
Dall’allarme politico al cappotto termico
La gaffe sarebbe probabilmente rimasta confinata alla politica pisana se non avesse avuto una conclusione così perfetta per i social.
Nel giro di poche ore un presunto episodio di propaganda neofascista ha attraversato praticamente tutte le fasi possibili: segnalazione, indignazione politica, denuncia pubblica, scontro con la destra, verifica e infine scoperta dell’equivoco.
Dietro il misterioso messaggio non c’era alcun gruppo estremista. Nessuno aveva imbrattato la scuola durante la notte per celebrare Mussolini e nessuno aveva disegnato simboli nazisti. C’era semplicemente un edificio che deve ricevere un cappotto termico.
Resta naturalmente legittima l’attenzione verso veri simboli fascisti o nazisti, così come resta doveroso denunciarli quando compaiono sugli edifici pubblici. Proprio per questo, però, controllare prima di accusare qualcuno sarebbe stato particolarmente utile.
Perché questa volta è bastata una parola letta troppo velocemente per trasformare un’annotazione da cantiere in un caso politico nazionale. E alla fine la scuola di Pisa il fascismo non lo aveva visto nemmeno da lontano. Aveva soltanto bisogno di essere fasciata.







