Una domanda apparentemente semplice e una risposta che Andy Burnham avrebbe potuto liquidare con un no in mezzo secondo. Invece il nuovo premier britannico non lo ha fatto e, dieci anni dopo il referendum che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea, è bastato quel silenzio per rimettere la Brexit al centro della politica britannica: Burnham potrebbe davvero tentare di riportare il Paese nell’Ue? Nessuno può ancora rispondere sì. Ma nemmeno Burnham ha voluto rispondere no.
Interrogato mentre volava verso New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla possibilità che il Labour inserisca nel prossimo programma elettorale l’impegno a rientrare nell’Unione, il premier ha rimandato la questione «a un altro giorno». Una formula apparentemente innocua che ha però un significato politico evidente: Burnham non ha escluso l’ipotesi. E quando un primo ministro britannico lascia aperta proprio quella porta, dopo un decennio nel quale la Brexit ha divorato governi, carriere politiche e pezzi interi del sistema dei partiti, a Westminster le antenne si alzano immediatamente.
Burnham non dice no: la Brexit torna improvvisamente in discussione
La posizione ufficiale del governo, almeno per ora, resta quella ereditata dal programma laburista del 2024: rapporti molto più stretti con Bruxelles, ma niente ritorno nell’Unione europea, niente mercato unico e niente unione doganale.
Burnham, però, ha cominciato a usare un linguaggio che lascia intravedere qualcosa di più. Nel viaggio verso New York ha parlato della necessità di rafforzare i rapporti con Bruxelles e ha chiesto che il Regno Unito possa partecipare come «partner fidato» al progetto industriale europeo “Made in Europe”, soprattutto per proteggere un settore automobilistico britannico profondamente intrecciato con le catene produttive continentali.
Il governo continua dunque a parlare di cooperazione e non di rientro. Ma il premier, quando gli hanno chiesto di escludere una futura promessa elettorale per tornare nell’Ue, ha scelto deliberatamente di non chiudere la porta. E questo cambia parecchio.
Anche perché Burnham non è mai stato un brexiteer convertito tardivamente all’Europa. Al contrario, nel 2016 sosteneva la permanenza nell’Unione e appartiene a quella particolare area del Labour che conosce molto bene le regioni operaie del Nord dell’Inghilterra dove il Leave raccolse consensi enormi.
È proprio questo a rendere politicamente interessante una sua eventuale svolta: provare a parlare contemporaneamente all’elettorato europeista delle grandi città e a quella working class settentrionale che dieci anni fa utilizzò la Brexit anche come rivolta contro Londra e l’establishment.
Poi arriva Tony Blair: «Torniamo nell’Unione europea entro dieci anni»
Se il silenzio di Burnham poteva ancora sembrare soltanto prudenza politica, Tony Blair ha deciso di togliere ogni prudenza dal tavolo. L’ex premier laburista ha chiesto apertamente al governo di lavorare per riportare il Regno Unito nell’Unione europea entro dieci anni. Il rapporto pubblicato dal Tony Blair Institute propone di inserire questo obiettivo nel piano decennale del governo e invita Burnham ad abbandonare le vecchie linee rosse laburiste su mercato unico, unione doganale e libertà di movimento.
Blair immagina però un ritorno dentro un’Europa diversa da quella abbandonata dal Regno Unito: un’Unione riformata, più flessibile e maggiormente costruita intorno agli Stati nazionali. Nel frattempo Londra dovrebbe ricostruire progressivamente i legami con Bruxelles attraverso difesa, energia, tecnologia e cooperazione economica.
Non significa che Burnham abbia adottato il piano Blair. Non lo ha fatto. Ma la coincidenza politica è difficile da ignorare: il premier rifiuta di escludere un futuro ritorno nell’Ue e, praticamente nelle stesse ore, uno dei personaggi più influenti della storia recente del Labour gli mette davanti un progetto per arrivarci. A Westminster basta molto meno per scatenare una tempesta.
«Abbiamo perso il 7% del Pil»: nel Labour cresce il fronte europeista
Dentro il partito, intanto, una parte dei parlamentari vuole andare molto più avanti del semplice “reset” dei rapporti con Bruxelles. Il deputato Karl Turner, vicino a Burnham e proveniente come lui dal Nord operaio inglese, sintetizza il problema in una cifra: «Abbiamo perso il 7% del Pil per la Brexit». Da qui la previsione politica: con Burnham a Downing Street considera possibile un ritorno almeno nel mercato unico e nell’unione doganale.
Altre analisi quantificano il danno in maniera diversa e su singoli settori. Un recente studio dell’Institute for Public Policy Research stima, per esempio, che la mancata reciproca accettazione di alcuni standard e certificazioni possa costare agli esportatori britannici tra 3,7 e 6,5 miliardi di sterline l’anno.
Ed è proprio l’economia a rendere oggi la discussione molto diversa da quella del 2016. Allora Leave e Remain discutevano soprattutto di previsioni. Dieci anni dopo esiste invece un decennio di dati, scambi commerciali, burocrazia doganale, investimenti e rapporti economici sul quale confrontarsi.
Il vero detonatore potrebbe essere il voto anticipato
Poi c’è la politica. Ed è probabilmente qui che la vicenda diventa esplosiva. La tentazione attribuita a Burnham sarebbe quella di sfruttare una fase di difficoltà di Nigel Farage e andare alle urne prima del necessario, cercando un mandato personale e soprattutto liberandosi dai vincoli del programma elettorale con il quale Keir Starmer aveva conquistato Downing Street nel 2024.
In questo scenario l’Europa potrebbe trasformarsi da problema in arma elettorale. Un grande sondaggio YouGov commissionato dall’organizzazione europeista Best for Britain ha simulato proprio questo scenario. La rilevazione, realizzata su oltre 13 mila britannici prima dell’arrivo di Burnham a Downing Street, indicava che una promessa di cercare il rientro nell’Ue avrebbe potuto portare il Labour a 321 seggi, contro i 136 della proiezione di partenza.
È una simulazione, non una previsione del risultato delle prossime elezioni, e risale a prima dell’insediamento di Burnham. Ma spiega molto bene perché dentro il Labour qualcuno abbia ricominciato a fare i conti su una parola che fino a poco tempo fa sembrava politicamente impronunciabile: Rejoin.
Dieci anni dopo, i britannici guardano diversamente alla Brexit
Anche l’opinione pubblica è cambiata rispetto al referendum del 2016. Diversi sondaggi registrano oggi una crescita del sostegno al ritorno nell’Unione europea e il tema ha smesso di appartenere soltanto alla nostalgia dei Remainer. Questo non significa affatto che un nuovo referendum produrrebbe automaticamente il risultato opposto a quello del 2016, né che gli elettori accetterebbero senza problemi tutte le condizioni necessarie per rientrare nell’Ue. La questione della libertà di movimento, per esempio, potrebbe riaprire immediatamente una delle ferite politiche che portarono alla vittoria del Leave.
E il Labour conosce perfettamente il rischio. Nel 2019 Jeremy Corbyn promise un secondo referendum e subì una sconfitta devastante proprio nelle tradizionali roccaforti operaie del partito che avevano votato Brexit. Burnham arriva però da quello stesso mondo politico e geografico. Ed è questa la scommessa che affascina una parte dei laburisti: se esiste qualcuno capace di parlare agli elettori del Nord che votarono Leave senza apparire come il rappresentante dell’élite londinese intenzionata a cancellare il loro voto, potrebbe essere proprio lui.
Farage prepara la battaglia: il ritorno nell’Ue riaprirebbe la guerra della Brexit
Naturalmente, dall’altra parte, Nigel Farage aspetterebbe soltanto questo. Una promessa laburista di riaprire il dossier europeo gli consentirebbe di presentarsi nuovamente come difensore del risultato del referendum del 2016 e di accusare il governo di voler cancellare una decisione presa da 17,4 milioni di britannici.
Il dibattito, infatti, è già ripartito. Burnham ha lasciato aperta la possibilità di inserire il ritorno nell’Ue in un futuro manifesto elettorale e le critiche sono arrivate immediatamente anche da chi considera qualsiasi revisione della Brexit un tradimento del voto popolare. Per questo il premier continua a muoversi con estrema cautela. Avvicinarsi all’Europa può conquistare elettori moderati e progressisti, ma una sterzata troppo brusca rischierebbe di riaccendere esattamente quella guerra culturale che per anni ha spaccato il Regno Unito.
Brexit al contrario: il ritorno in Europa non è più fantapolitica
Per il momento, dunque, il Regno Unito non sta tornando nell’Unione europea. Il governo non ha annunciato un nuovo referendum, Burnham non ha promesso il rientro e la linea ufficiale continua a escluderlo. Ma qualcosa è cambiato. Fino a poco tempo fa la domanda «Il Labour vuole riportare la Gran Bretagna nell’Ue?» avrebbe ricevuto da Downing Street un no immediato. Adesso il primo ministro britannico risponde che è una questione «per un altro giorno».
Tony Blair, intanto, quel giorno vorrebbe anticiparlo e propone apertamente di lavorare al ritorno entro un decennio. Nel Labour cresce la pressione per riavvicinarsi almeno al mercato unico e all’unione doganale, mentre i sondaggi mostrano un Paese molto meno innamorato della Brexit rispetto a dieci anni fa. Nessuno ha ancora rimesso la bandiera britannica davanti alle istituzioni europee. Ma per la prima volta dopo anni l’ipotesi non appartiene più soltanto ai nostalgici del Remain. Se Burnham decidesse davvero di trasformarla in una promessa elettorale, la prossima campagna britannica potrebbe combattere nuovamente la battaglia che il Paese pensava di avere chiuso nel 2016.







