Il decreto sicurezza appena approvato alla Camera nasce per mostrare fermezza, ma rischia di produrre l’effetto opposto: mettere in evidenza i dubbi degli italiani sulla reale efficacia delle misure varate finora dal governo. Secondo il sondaggio, più della metà dei cittadini, il 52,5%, ritiene che l’ultimo intervento dimostri come i precedenti decreti non abbiano prodotto i risultati attesi.
Il dato era prevedibile tra gli elettori di centrosinistra, dove la quota dei critici arriva al 69,7%. Meno scontato, invece, è ciò che accade dentro il campo del centrodestra. Anche lì si apre una crepa: il 24,1% degli elettori della maggioranza condivide l’idea che i provvedimenti precedenti non siano stati sufficienti. Il segnale più interessante arriva da Forza Italia, dove il 43,2% degli elettori esprime dubbi sull’efficacia delle misure adottate. Molto diversa la reazione nella Lega e in Fratelli d’Italia: il 63,2% degli elettori leghisti e il 67,4% di quelli meloniani restano convinti che i decreti abbiano funzionato, pur ritenendo necessario rafforzarli.
Decreto sicurezza, il sondaggio che divide il centrodestra
Il punto politico è chiaro: la sicurezza resta uno dei terreni identitari del governo, ma non produce più automaticamente consenso compatto. Giorgia Meloni e la maggioranza continuano a insistere sulla necessità di nuovi strumenti, presentando il decreto come una risposta a un contesto in cambiamento. Ma una parte consistente dell’opinione pubblica legge il provvedimento in modo diverso: non come un rafforzamento, ma come la prova che ciò che è stato fatto finora non è bastato.
È una distinzione sottile, ma decisiva. Perché in vista delle prossime Politiche del 2027 il governo ha bisogno di presentare risultati misurabili, non soltanto nuovi annunci. E il tema dell’immigrazione resta il più delicato, quello su cui maggioranza e opposizione si contendono numeri, responsabilità e narrazioni.
Il rischio, come spesso accade, è che ognuno scelga il dato più utile alla propria tesi. La maggioranza rivendica l’aumento dei rimpatri. L’opposizione sottolinea gli sbarchi, i limiti dei Cpr e la distanza tra promesse e risultati. In mezzo resta un’opinione pubblica che fatica a orientarsi.
Rimpatri e sbarchi: il dato che Meloni può rivendicare
Per leggere il fenomeno con maggiore equilibrio, il dato più utile è il rapporto tra rimpatri effettuati e sbarchi registrati. Applicando questo criterio agli ultimi dodici anni, emerge un quadro meno propagandistico e più complesso.
Nel periodo 2014-2018, durante i governi Renzi, Gentiloni e la prima fase del Conte I, la percentuale media di rimpatri rispetto agli sbarchi si attesta intorno al 4,6%. Sono anni segnati da numeri molto elevati di arrivi, spesso superiori ai 150 mila, che rendono più difficile mantenere alta l’incidenza dei rimpatri.
Il 2018 rappresenta un’eccezione: gli sbarchi crollano a 23.370 e la percentuale dei rimpatri sale al 27,4%. Il picco assoluto arriva nel 2019, sotto il governo Conte I, con Matteo Salvini al ministero dell’Interno: il rapporto tra rimpatri e sbarchi raggiunge il 60,9%. Ma anche qui va considerato il denominatore: gli arrivi sono poco più di 11 mila, e questo amplifica automaticamente il peso percentuale dei rimpatri.
Nel triennio successivo, tra Conte II e Draghi, la media torna intorno al 6%. Gli sbarchi riprendono a crescere, fino a superare i 100 mila nel 2022, mentre i rimpatri restano poco sopra quota 4 mila.
Il 2026 segna il 35,2%, ma il numero va letto con prudenza
Con il governo Meloni la media complessiva sale al 6,7%, leggermente superiore rispetto ai governi precedenti. Il dato del 2023 resta molto basso: 3%, con 157.651 sbarchi e 4.796 rimpatri. Nel 2024 la percentuale cresce all’8,6%, con 66.617 sbarchi e 5.704 rimpatri. Nel 2025 arriva al 10,2%, con ingressi sostanzialmente analoghi e 6.772 rimpatri.
Il 2026, almeno per ora, segna un balzo molto più forte: 35,2%. È il numero che il governo può utilizzare per rivendicare una svolta. Ma è anche un dato parziale, perché siamo ancora nella prima metà dell’anno e il rapporto risente del basso numero di sbarchi registrati finora. In altre parole, la percentuale appare alta anche perché il totale degli arrivi è ancora contenuto.
Questo non significa che il dato sia irrilevante. Significa però che va maneggiato con cautela. Se nei prossimi mesi gli sbarchi dovessero aumentare, la percentuale potrebbe cambiare sensibilmente. Ed è proprio qui che si giocherà la partita politica: non sul singolo numero sventolato in un momento favorevole, ma sulla capacità di consolidare una tendenza.
Il decreto sicurezza arriva dunque in un passaggio delicato. Da un lato il governo prova a rafforzare la propria immagine di fermezza. Dall’altro una parte larga del Paese, compreso un segmento non marginale dell’elettorato moderato di centrodestra, si domanda se l’ennesimo provvedimento sia davvero la risposta giusta. Per Meloni il tema resta centrale: sicurezza, immigrazione e rimpatri saranno inevitabilmente







