Billy Costacurta racconta l’inferno con il figlio Achille: «Martina entrava in ospedale ogni giorno, io non ce la facevo»

Billy Costacurta con Martina Colombari e Achille

Alessandro Costacurta ha vinto tutto, ha marcato attaccanti leggendari, ha attraversato stadi pieni, finali europee, pressioni che per molti sarebbero già una vita intera. Ma quando parla del figlio Achille, il tono cambia. Non c’è più il campione, non c’è più il commentatore televisivo, non c’è più l’uomo abituato a controllare la partita.

C’è un padre che ammette di essersi trovato davanti a qualcosa di più grande di lui. In una lunga intervista al podcast One More Time di Luca Casadei, ripresa dal Corriere dello Sport, Billy Costacurta ha raccontato gli anni più difficili vissuti con Achille e Martina Colombari: dipendenze, crisi improvvise, diagnosi sbagliate, dolore familiare e un ricovero con TSO che lui stesso definisce «il momento più brutto della mia vita».

I primi segnali e le diagnosi sbagliate

La storia, nel racconto di Costacurta, non comincia all’improvviso. I segnali c’erano già quando Achille era bambino: l’irrequietezza, la difficoltà a stare fermo in classe, il rapporto complicato con le regole, la fatica nel vivere la socialità come gli altri. Billy e Martina provano a capire, cercano specialisti, chiedono aiuto, ma per molto tempo non arriva una risposta capace di dare un nome vero a quella sofferenza.

Nel frattempo la vita familiare diventa sempre più difficile da gestire, perché dietro i comportamenti del figlio non c’è soltanto ribellione, non c’è soltanto carattere, non c’è soltanto adolescenza. C’è qualcosa che i genitori non riescono ancora a decifrare. Uno degli episodi che segna la famiglia arriva quando Achille ha tredici anni. Martina Colombari gli toglie il telefono per punizione e lui sparisce da casa per due giorni e mezzo senza dare notizie. È uno spartiacque.

Costacurta lo racconta come il momento in cui lui e Martina capiscono di non trovarsi davanti a una normale difficoltà educativa, ma a un problema molto più profondo. «Lì abbiamo capito che avevamo a che fare con un osso duro, che potevano sorgere dei grandi problemi», ha spiegato. Da quel momento comincia un percorso lungo, pieno di tentativi, errori, terapie non adatte e diagnosi che invece di aiutare finiscono per complicare ancora di più la situazione.

Il momento più duro della famiglia Costacurta-Colombari

Solo anni dopo arriva la diagnosi corretta: ADHD, disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Per Billy e Martina non è una formula medica qualunque, ma la possibilità di rileggere anni di fatica, incomprensioni e paura. Da quel momento anche loro iniziano un percorso per imparare a comunicare meglio con il figlio, perché, come ammette Costacurta, spesso non erano riusciti a farlo nel modo giusto.

Achille, nei momenti di equilibrio, viene descritto dal padre come un ragazzo educato, ironico, affettuoso. Ma bastava poco, una parola fuori posto o un gesto interpretato male, perché la situazione precipitasse in crisi improvvise e violente. Il punto più doloroso arriva con il ricovero in ospedale e il trattamento sanitario obbligatorio. Costacurta non cerca parole comode.

Racconta che Achille era fuori controllo, che i medici dovettero intervenire per calmarlo, che gli fecero una puntura perché «sembrava indiavolato». È una frase dura, quasi insostenibile, ma restituisce il grado di disperazione di quei giorni. Per un padre abituato a essere forte, vedere il proprio figlio in quello stato diventa una frattura. Billy confessa di non essere riuscito spesso nemmeno a entrare in ospedale. Il dolore era troppo grande, la scena troppo feroce, la sensazione di impotenza troppo pesante.

La forza di Martina Colombari

È qui che nel racconto emerge la figura di Martina Colombari. Costacurta le riconosce una forza che lui, in quei momenti, non riusciva ad avere. «Dicevo a Martina: “Marti, non ce la faccio, perdonami”», ha raccontato. Lei invece entrava ogni giorno, anche quando tutto era più duro, anche quando il dolore avrebbe autorizzato chiunque a scappare almeno per un’ora. Stava lì, davanti al figlio, dentro la parte più dolorosa della maternità, mentre Billy restava fuori a fare i conti con il senso di colpa e con la propria fragilità.

È forse questo il passaggio più potente dell’intervista: non la confessione del problema, non la diagnosi, non il dettaglio del TSO, ma l’immagine di due genitori davanti alla stessa tragedia e incapaci di reagire nello stesso modo. Lui spezzato, lei presente. Lui paralizzato dal dolore, lei costretta a trasformare il dolore in resistenza quotidiana. Costacurta non lo racconta per costruire un monumento alla moglie né per assolversi. Lo dice con la lucidità di chi sa che in certi momenti l’amore non basta a renderci capaci, ma resta l’unica cosa che impedisce a una famiglia di andare definitivamente in pezzi.

La storia di Achille Costacurta resta una vicenda privata diventata inevitabilmente pubblica, perché porta nomi noti e perché negli anni non sono mancati episodi finiti sui social e nelle cronache. Ma il racconto di Billy sposta il centro: dietro il gossip, dietro le immagini, dietro i giudizi facili, c’è una famiglia che ha attraversato un inferno reale, fatto di diagnosi arrivate tardi, dipendenze, crisi, cure e tentativi di ricominciare. E c’è un padre che, questa volta, non prova a sembrare invincibile.