Garlasco, il giallo dei computer manomessi: “Cancellato il 74% dei file”. Nuove ombre sul delitto

Nel pc i video intimi di Chiara e Alberto

Il delitto di Garlasco non smette di generare interrogativi, spingendosi oltre le sentenze passate in giudicato. Al centro del dibattito, questa volta, non ci sono solo le impronte o i pedali della bicicletta, ma la cosiddetta “prova digitale”. Un terreno scivoloso dove, secondo le ultime analisi, la verità potrebbe essere stata alterata per sempre.

L’affondo a Quarta Repubblica

L’intervento di Rita Cavallaro nel salotto di Nicola Porro è stato un fulmine a ciel sereno. Secondo la giornalista, esiste un dato oggettivo da cui è impossibile prescindere: i dispositivi informatici chiave dell’indagine avrebbero subìto delle manipolazioni.

“Questa certezza assoluta io credo non possa averla nessuno”, ha dichiarato Cavallaro, riferendosi alla consultazione dei video e dei file nei momenti cruciali post-omicidio. Il dubbio sollevato è pesante: se i computer sono stati toccati o “puliti” prima delle perizie definitive, quanto sono affidabili le prove che hanno portato alla condanna di Alberto Stasi?

Il mistero del 74% di file spariti

Il dettaglio più scioccante riguarda il computer portatile di Alberto Stasi. Le analisi tecniche citate dalla giornalista parlano chiaro: sul dispositivo non ci sarebbe stata una semplice consultazione, ma una cancellazione massiccia di dati, pari a circa il 74% dei file totali.

Ma non è tutto. Le ombre si allungano anche sul computer di casa Poggi, anch’esso risultato manomesso secondo quanto emerso nel corso degli anni. Questi interventi sui dispositivi avrebbero potuto alterare i metadati, le date di accesso ai file e, di conseguenza, gli alibi o i cronoprogrammi ricostruiti dagli inquirenti.

Perizie a confronto

Il tema delle prove informatiche resta uno dei nervi scoperti del processo Garlasco. Nel corso degli anni, i consulenti di parte e quelli della Procura si sono scontrati duramente sull’interpretazione di quei bit.

Mentre per l’accusa gli elementi digitali hanno contribuito a formare il quadro di colpevolezza, per la difesa quelle “manomissioni” rappresentano la prova di un’indagine che ha inquinato le fonti prima ancora di poterle cristallizzare. La prudenza invocata dalla Cavallaro suggerisce che, a distanza di anni, il capitolo sulle prove tecniche di Garlasco sia tutt’altro che archiviato.