Una mano fantasma, rimasta impressa su una parete per quasi vent’anni senza un nome. Oggi, quel reperto dimenticato scuote le fondamenta del delitto di Garlasco. Nel 2007, mentre l’Italia intera piangeva Chiara Poggi, i Ris di Parma isolavano una traccia sulla scala che porta alla cantina della villetta di via Pascoli: l’impronta 33. Per diciannove anni è stata un numero in un fascicolo, quasi un rumore di fondo nel processo che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Ma nel 2025, grazie alle tecnologie di ultima generazione, la Procura di Pavia ha riaperto quel cassetto, e ciò che è emerso potrebbe cambiare la narrazione di uno dei gialli più intricati della cronaca nera italiana.
L’accusa scuote il caso
Secondo i consulenti della Procura, il tenente colonnello Giampaolo Juliano e il dottor Nicola Caprioli, l’impronta del palmo destro trovata su quel muro appartiene ad Andrea Sempio, oggi indagato (ma protetto dalla presunzione di innocenza).
Gli esperti avrebbero individuato ben 15 punti di corrispondenza dattiloscopica. Un numero che, per la Procura, non lascerebbe spazio a dubbi: quella mano era lì. Eppure, qui inizia la battaglia legale. La difesa contesta duramente il dato, aggrappandosi a una soglia numerica storica: secondo il criminologo Armando Palmeggiani, le “minuzie” utili sarebbero solo cinque.
Per la giurisprudenza più datata ne servirebbero almeno 16 o 17 per una certezza matematica. Ma la scienza moderna è d’accordo? Oggi la qualità della traccia conta più della quantità, e il dibattito si sposta ora in un territorio tecnico dove un solo millimetro può fare la differenza tra la libertà e l’accusa.
A venti centimetri dal sangue di Chiara
Non è solo il “chi”, ma è il “dove” a togliere il sonno agli inquirenti. L’impronta 33 non è stata trovata in un punto casuale: si trova sulla parete destra della scala, in una posizione di appoggio decisa. Chi l’ha lasciata era tra il primo e il secondo gradino, con il braccio teso verso il muro.
Il dettaglio che fa tremare i polsi? A soli venti centimetri più in basso si trova la traccia 45: una macchia del sangue di Chiara Poggi.
Quella macchia, secondo i periti, è il frutto di un movimento frenetico, gocce cadute da un braccio sporco di sangue. Sebbene non si possa affermare per legge che la mano che ha toccato il muro e il sangue appartengano alla stessa persona, la vicinanza fisica tra le due tracce apre interrogativi agghiaccianti. Perché quella mano si trovava proprio lì, a un soffio dal sangue della vittima?
Quella mano era sporca di sangue?
C’è un ultimo, decisivo tassello in questo nuovo puzzle: la natura biologica dell’impronta. Il dottor Oscar Ghizzoni, consulente della difesa Stasi, ha sollevato un’ipotesi esplosiva. Analizzando la reazione della ninidrina (il reagente che colora le impronte), ha notato una tonalità violacea e stratificata, molto più simile alle macchie di sangue presenti sulla parete che non a una normale impronta “pulita”.
Nel 2007 i test diedero esito negativo o dubbio, ma oggi si sospetta che l’intonaco possa aver “falsato” i risultati dell’epoca. Se venisse confermato che quella mano era sporca di materiale biologico o sangue, l’impronta 33 passerebbe da “presenza anomala” a prova regina.
Il caso Garlasco non è mai stato così vicino a una nuova, sconvolgente verità. Dopo vent’anni, quella mano sul muro chiede finalmente una spiegazione definitiva. È la pistola fumante o l’ennesimo miraggio investigativo? La risposta è chiusa tra le pieghe di quei 15 punti di contatto.







